IL SIMBOLISMO DELLA VIOLA: IL RINASCERE DELLA VITA DAL SANGUE DI ATTIS

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La Viola è un fiore conosciuto fin dalla più remota antichità, come farebbe intendere il fitonimo di probabile origine pre-ellenica “íon”, che viene tradotto semplicemente come “bruno, scuro”, la sfera cromatica a cui si riferisce questo specifico termine, come conferma la parola iodnephés “scuro come la Viola”. Il suo colore deriva dalla fusione e dall’armonizzazione del rosso (simbolo di materialità, energia vitale, forza di volontà, caratteristiche propriamente maschili) con il blu (spiritualità, interiorità, sensibilità, caratteristiche femminili); rappresenta quindi l’androgino, l’unione dello yin e dello yang, la conciliazione degli opposti. Goethe definì il colore viola “unio mystica”, e Jung “colore metafisico”. Esso rappresenta  la porta dell’Aldilà, esprime l’idea di un passaggio ad un’altra dimensione, ed anche una sintesi della vita (rosso) e della morte (blu). Il termine ricorre in epiteti come Ioblépharos “dagli occhi di Viola”, per indicare la dea Afrodite, e Iostéphanos “coronata di Viole” che veniva attribuito sia ad Afrodite che alle Muse.
Le Viole ornavano i magnifici prati intorno l’antro di Calipso, la ninfa che tentò di trattenere Odisseo presso di sé e di renderlo immortale.
Pausania riporta una variante del ratto di Kore: la fanciulla intenta giocare e cogliere fiori con altre giovani, sarebbe stata attratta da un particolare fiore, solitamente il Narciso, ma in questa versione appare la Violetta. Non appena Persefone allungò la mano per cogliere il magnifico fiore, la Terra, che lo aveva fatto spuntare per attirarla e trarla in inganno, si aprì e ne emerse Ade, che, afferrata la ragazza, la trascinò nel suo sotterraneo reame. Forse a causa di questo inganno, Persefone rese le Viole più scure degli altri fiori, come dice Ateneo, ed anzi, da quanto si può desumere dalla sfera di significati legati alla Viola nella lingua greca, è proprio il fiore scuro per eccellenza, come per altro confermano altre sue denominazioni, ovvero “melanion” (scuro, nero) e “melanthium” (fiore scuro, nero).
Un altro mito riguarda Io, la fanciulla amata da Zeus e per ciò tramutata in vacca da Hera, costretta a vagare intorno al Mediterraneo, sferzata da un tremendo tafano. Un giorno la Madre Terra, impietosita per le sventure di Io, fece sorgere dai prati le Violette, affinché essa potesse cibarsene, e poiché erano a lei destinate, da essa presero il nome (íon).
Altra figura mitica legata alla Violetta è Ione, eroe eponimo degli Ioni, una delle antiche stirpi greche, il quale deve forse il suo nome a questi fiore. Le Viole infatti sarebbero state conosciute grazie ad un dono che le ninfe Ioniades, ovvero le “ninfe delle Viole” fecero a Ione al suo arrivo in Elide, intrecciando per lui una corona di questi fiori. Alle Ioniades fra l’altro, era dedicato un santuario, sempre in Elide, dove si trovava una sorgente curativa in grado di guarire da ogni dolore e malattia. Si ritrova qui, anche su un piano mitico e non solo erboristico, la capacità curativa di questa pianta, legata a spiriti femminili delle acque, e ciò non dovrebbe stupire più di tanto, visto che la Viola ha proprietà sudorifere, depurative, diuretiche, dermopurificanti, emollienti, antinfiammatorie, e dunque legate simbolicamente all’acqua, alle sue proprietà ed al suo scorrere.
Nell’antica Roma, il mito più noto che parla delle Viole è sicuramente quello di Attis, d’origine frigia ma importato a Roma già in età repubblicana.
Il mito, piuttosto lungo e complesso inizia con il desiderio di Zeus per la Grande Madre chiamata in Frigia Cibele, ovvero la Terra, sulla quale il Dio rilascia il proprio seme. Da esso nasce un’essere androgino, Agditis, dotato di grande furia e forza a causa della sua doppia natura; gli Dei allora lo evirano, e dal suo membro reciso spunta un Melograno (o un Mandorlo).
Nana, la figlia del fiume Sangario, si posa in grembo un frutto del magico albero, e così concepisce un figlio. Sangario persuaso della dissolutezza della figlia, tenta di farla morire di fame, ma la Grande Madre la nutre con delle mele e la aiuta a partorire. Tuttavia il padre espone il bambino in un canneto, ma il piccolo viene fortunatamente salvato ed allattato da una capra. Cresciuto, diviene un giovane bellissimo, che suscita l’amore sia di Cibele che di Agditis. Quando Attis si reca a Pessinunte per sposare la figlia del re, di nome Ia, Agditis lo rende folle, tanto da spingerlo ad evirarsi sotto un Pino; dal suo sangue versato spuntano le Viole. La ferita lo porta alla morte e la stessa Ia, addolorata per la fine dello sposo, si suicida e anche dal suo sangue nascono fiori di Viola.
Cibele porta il Pino nella sua grotta e Agditis pentito chiede a Zeus di riportare in vita il bel giovane, ma esso rifiuta, promettendo però di renderne il corpo incorruttibile. Agditis diventa quindi il primo sacerdote del culto di Attis a Pessinunte ed istituisce le feste primaverili in suo onore.
Il culto di Attis e della Grande Madre sottointendeva un ritorno alla vita del giovane. Infatti le feste di Cibele a Roma si svolgevano dal 22 al 28 Marzo, nel periodo dell’Equinozio di Primavera.
Dopo una settimana di purificazione detta “castus matri” (digiuno della Madre) dal 15 al 21 marzo, il 22, detto  “dies violae” (giorno della Viola), i sacerdoti di Cibele tagliavano un Pino e lo ornavano con bende di lana e serti di Viole, il fiore nato dalle stille del suo sangue. L’albero veniva condotto al tempio con una grande processione. Nei giorni successivi il Pino veniva sepolto con manifestazioni di lutto e tristezza, ma il 25 marzo, detto “hilaria” (giorno di gioia) si celebrava con grande allegria il ritorno alla vita di Attis. Il Pino sempreverde che sfida l’inverno rappresenta una promessa di sopravvivenza, di rinnovamento della vita, della Natura e degli stessi uomini, le Viole sono il mantenimento di quella promessa, le annunciatrici della vita che rinasce.

 

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LA MEDICINA ERMETICA

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A tutti insegnerai che la perfezione ermetica è una Medicina mirabile che gli dei e i numi dell’Olimpo sotto spoglie umane portarono sulla terra, tra gli uomini doloranti e feroci, per sanar loro le piaghe cruenti e renderli miti; che Mercurio ne distilla dalle rose fiorenti l’essenza, che Amore la dona ai mortali, se Venere raggiante sorride.”

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La filosofia ermetica trae il suo nome da Ermes, il Mercurio dei Romani, il dio alato messaggero degli Dei, astuto, ma anche ingannatore. Corrisponde all’Anubi egizio ed anche all’Esculapio dei greci. Ermes rappresenta “l’intelletto della forza divinizzante l’uomo. Il poeta nei momenti di estro (istros=furore), il matematico che risolve problemi arditissimi, il fisico che trova una legge e la prova, un oratore che seduce un’assemblea, un musico che incanta i suoi uditori, sono manifestazioni dell’Ermes, intelletto sottile delle più alte pulsazioni ipercerebrali.”

Lo scopo della filosofia ermetica è quello di far manifestare questo Ermes, di penetrare nella parte più misteriosa del nostro campo mentale, quindi potremmo definirla come la scienza per eccellenza. Mentre il Mercurio volgare si manifesta nella necessità di adattamento all’ambiente, “l’Ermes filosofico, il Mercurio generoso che monta all’Olimpo dove gli dei si sollazzano, e ricerca – se è possibile- l’elixir di lunga vita e la trasmutazione del piombo in oro.”

La terapeutica ermetica si propone di utilizzare le forze occulte emananti dall’organismo umano al fine di essere indirizzate a scopi curativi.

La scienza odierna ha fatto degli enormi progressi nelle più diverse discipline mediche, con lo scopo di combattere il dolore e la morte. Ma spesso l’inefficacia della medicina ufficiale consiste nella terapeutica, nell’incapacità di questa di riuscire a ristabilire l’equilibrio di quel principio vitale che tutto permea e la cui deficienza causa lo stato morboso.

Un antico aforisma ermetico sintetizza bene il principio della medicina ermetica: “la vita comanda alla vita, tutte le scuole di terapia sono buone o false, secondo che il medico che adopera un rimedio qualsiasi, dall’olio di oliva allo stramonio, dal sale di cucina alla stricnina, abbia o no il potere, la virtù, la forza di infondere al medicamento la vitalità che compensa le energie disperse nel corpo infermo; in altri termini il medico che compie il miracolo, dà parte del suo principio vitale all’infermo che ne manca.”

Questo principio vitale è un qualcosa che non può essere dimostrato scientificamente, non può essere reso tangibile, come ad esempio anche sentimenti astratti quali l’amore, il dolore o il piacere, di cui tuttavia non se ne può negare l’esistenza,

Il principio vitale si manifesta nella sintesi di tutto ciò che esiste, dall’uomo agli animali, dai minerali alle piante, e presiede a tutti i fenomeni chimici e fisici della manifestazione.

L’uomo deve studiare questo principio vitale che si individualizza in sè stesso, al fine di diventare un medico ermetico: “Studiare il principio di vita in noi, separarlo se è separabile, integrarlo se è integrabile, portarlo all’apice della sua potenzialità, renderlo atto ad arricchirsi della massima energia dalla fonte del principio-vita universale, fino a poterne disporre e nutrirsene e nutrirne gli organismi che ne difettano, è educazione ermetica e porta – come possibile – al concetto di un medico ermetico.”

Nel “Preambolo alla Medicina Aurea”, Kremmerz ci dice ancora in proposito: “Il divino della della medicina non è nella guarigione anatomica, che è jatréa, ma nella potestà ermetica della reazione mentale alla sensibilità del dolore, o meglio nella potestà imperativa dell’intelligenza sulla riconquista della sanità anatomica come utlima valorizzazione integrativa dell’essere vivente.”

Un esempio di integrazione tra medicina sperimentale e misticismo (intervento dei Numi sulla guarigione dei mali umani) è stato tentato, nei secoli passati, dall’alchimia. I suoi processi di trasmutazione dei metalli in oro è, per analogia, il processo di trasmutazione delle anime da inferiori a superiori, in accordo al principio della filosofia ermetica per cui Uno è l’universo e di conseguenza la legge trasmutatoria dal meno perfetto al più perfetto vale tanto in alto quanto in basso, nello spirito come nella materia. La scienza definisce l’uomo semplicemente come un animale all’apice della scala zoologica, ma non riesce a spiegare cosa siano il pensiero, la volontà, la logica, la memoria, la mente umana nel suo complesso, ritenendoli semplicemente come conseguenze dell’eccitazione sensoriale del sistema nervoso. Ma per gli ermetisti il mondo è l’essere, ovvero tutto l’esistente. Questo essere è uno e trino, è materia, energia e vita, e si sintetizza nella produzione delle forme e si realizza nell’uomo come un quinto elemento, l’intelligenza, ovvero lo spirito regolatore e generatore delle forme: “Tre è l’esistente, quattro è la manifestazione della legge dell’esistente; cinque è l’uomo, (…) la incarnazione o individuazione dell’intelligenza, e quindi uno spirito.

Il fine del processo di trasmutazione dell’alchimia è il raggiungimento di quella che viene definita “intelligenza aurea”, mediante l’utilizzo della misteriosa Pietra Filosofale, che viene anche indicata come farmaco universale, farmaco perfetto che cura tutti i mali.

La terapeutica ermetica fa a meno dell’uso delle droghe, o al massimo ne sfrutta le loro proprietà analogiche con lo spirito umano: “l’ermetismo, scavando nel sacco, trova un coadiuvante che tutti i medici moderni dimenticano, nello spirito o vitalità intelligente e profonda dell’ammalato, sul quale spirito non si agisce con droghe, ma con la quintessenza di tutte le droghe dei tre regni che è sintetizzata nello spirito o vitalità intelligente del medico che cura cioè che aiuta l’ammalato a vincere.”

I detrattori della medicina ermetica, per screditarla, spesso propongono all’ermetista la cura di casi ormai disperati, pretendendo che questo salvi un ammalato ormai senza speranza dalla morte, ma arrestare la dipartita di un’anima per la quale è giunto il momento di lasciare definitivamente questo mondo, rappresenta un vero e proprio delitto.

La medicina ermetica vieta qualunque tipo di pratica volta ad incidere sulla volontà altrui, come i passi del magnetismo e l’ipnotismo, poichè non solo il loro esercizio abitua l’operatore alla coercizione della volontà degli altri, ma provoca anche l’assorbimento di aure estranee non pure.

Il medico ermetico non impone neanche il bene. E’ il malato che deve chiedere aiuto, consapevolmente, non deve essere il medico ad imporgli la guarigione senza che questi l’abbia richiesta. Il medico ermetico sviluppa il magnetismo integrale, un tipo di magnetismo che prima trasforma chi lo pratica e successivamente ne fa un centro di irradiazione a cui le anime sofferenti accorrono attratte dallo stato di benessere. Il medico, di fronte ad un malato, deve chiedere allo spirito di questo se ha la forza di guarire.

Il terapeuta può essere di tre tipi:

– Istintivo, se agisce in virtù di forze non coscienti;

-Lucido, se percepisce il movimento astrale dell’ambiente;

-Sapiente, se ha la piena coscienza delle forze che impiega.

In tutti i casi si tratta di magnetismo che viene irradiato per “forza di amore”, e può compiere miracoli se viene emanato con una certa potenza da un individuo che si trovi in uno stato intensivo di amore.

Nella medicina ermetica i migliori risultati terapeutici si ottengono mediante la teleurgia, ovvero la cura a distanza. 

Un metodo per curare a distanza è quello di fabbricare un’immagine della persona malata, stabilire un legame tra quest’ultima e l’immagine e poi curare l’organo colpito su di essa (il cosiddetto “envoutement” dei francesi). Nella teleurgia si può fare a meno anche di metodi simili, basta semplicemente il pensiero o idea. Pensiero che però deve essere opportunamente dinamizzato, ovvero reso dinamico, ed atto ad essere espulso dal terapeuta e ricevuto dall’ammalato, mediante l’allenamento e certe pratiche. Non bisogna però confondere la teleurgia con la telepatia, perchè in quest’ultima si trasmette semplicemente l’immagine mentale di una cosa, mentre nella prima questa immagine che viene trasmessa è vitalizzata, ovvero trasformata in una forza diretta verso uno scopo terapeutico.

Si potrebbe pensare che ad agire in questo modo si compia un atto quasi stregonico, di coercizione della volontà altrui, ma così non è, poichè il medico ermetico aiuta solo chi esplicitamente richiede il suo intervento, atto indispensabile affinchè si apra quella “porta” attraverso cui può entrare l’immagine vitalizzata del terapeuta. In caso contrario, la porta rimane chiusa e l’azione curativa sarebbe impossibile.

Il pensiero dell’uomo rappresenta un valore positivo, se così non fosse non sarebbe possibile l’imposizione di una volontà su di un’altra come, ad esempio, avviene nell’ipnotismo e nel magnetismo. Nel caso in cui il pensiero dinamico incontra una volontà passiva in opposizione, non diventa adinamico, ovvero continua a rimanere una forza attiva e concreta che si produrrebbe fenomenicamente in ugual modo.

Da ciò si possono ricavare due corollari:

1. se si riesce a rendere enormemente energico e dinamico il pensiero, anche le volontà più forti possono essere assoggettate (ma questo è un atto stregonico);

2. se tra due individui si rinviene uno stato armonico di bene, ogni ostacolo viene abbattuto, ed i due divengono, l’uno rispetto all’altro, attivo e passivo.

Questo stato armonico è rappresentato, nel suo limite più basso, dalla simpatia tra due individui, nel suo limite più alto, invece, dallo stato di amore. Amore, però, non inteso nel senso comune, e per spiegare questo concetto, abbastanza difficile da esprimere a parole, cito direttamente un passo molto esplicativo del Kremmerz: “…sentire tutta l’ampiezza di uno stato di responsabilità, tenera responsabilità, come si sentirebbe spontaneamente per un fanciullino che, senza parlare, domanda aiuto nel muovere i primi passi, come l’ospite che apre la porta di casa sua ad una persona amica e la investe della sua padronanza,come si può percepire il sentimento di protezione per un debole che stia per annegare e al quale si stende la mano e lo si salva, senza pensare nè alla gratitudine di costui pel suo salvatore, nè alla costanza del suo amore per chi gli ridà la vita… Non trovo parole per rendere un sentimento che, come ho detto innanzi, è pietà, compassione, commiserazione, carità, che è tutta la scala cromatica del senso di amore, dal bisogno di proteggere all’impulso di solidarietà che dovrebbe cementare l’unione tra esseri della stessa famiglia.”

Lo stemma della medicina è il caduceo di Mercurio, in cui due serpenti, simbolo di due anime in amore, si intrecciano attorno al simbolo della vita.

Un esperimento che può essere fatto in tal senso, consiste nel pensare ad un ammalato (che ovviamente si trovi in uno stato di simpatia con lo sperimentatore) tentando di infondergli la salute, la calma, l’insensibilità al dolore. Se si ci si trova nella giusta condizione di amore verso il sofferente, si sentirà l’anima di quest’ultimo rifiorire e risanare.

Nella pratica ermetica un concetto di fondamentale importanza è quello di luce astrale. Il termine astrale deriva da astron, ovvero astron, non luminoso, nascosto, il regno dell’ombra. Quindi l’astrale è quel campo oscuro da cui emergono le forme ideali delle idee e delle cose; esso rappresenta la fonte e la riserva della nostra coscienza da cui attingiamo con continue evocazioni attraverso il mezzo della memoria. “Questo campo che è in noi e fuor di noi, è la riserva da cui la nostra coscienza umana attinge la memoria di tutte le cose viste e conosciute con uno dei sensi fisici. E rappresenta la parte più misteriosa del nostro essere, la camera oscura, per dir così, della fotografia dei nostri prodotti di origine sensoria, tanto di questa vita che delle precedenti.”

Il campo astrale si trova nell’uomo come riserva occulta della sua storia, mentre nell’universo rappresenta la matrice di tutti i pensieri voluti, di tutte le vite vissute e le forme immaginate. Il campo o corrente astrale universale contiene in sè i campi astrali parziali di tutti gli uomini, per cui dalla propria zona astrale si può penetrare in quella universale e da qui discendere in quelle parziali. Così si spiegano facilmente i fenomeni di chiaroveggenza, premonizione, telepatia e lettura del pensiero.

Il corpo astrale viene indicato anche come corpo lunare o uomo lunare (per la sua forma mutevole, come quella della Luna secondo le sue fasi). Questo corpo stabilisce il confine tra la coscienza presente e l’entità storica (uomo storico) reincarnato. Tramite esso l’uomo storico, interiore, esprime le sue tendenze attraverso la manifestazione istintiva, mentre l’uomo moderno, esteriore, vi immagazzina le nuove conoscenze acquisite. Il corpo astrale viene così a rappresentare una sorta di deposito della memoria recente ed un laboratorio in cui, sinteticamente, si trasformano le sensazioni esteriori dell’uomo contemporaneo in materiale di conoscenza che va ad assimilarsi all’entità storica interiore.

Si potrebbe dire che l’uomo abbia tre livelli di coscienza:

la coscienza della sensazione e nell’atto della nostra volontà pensante (uomo presente);

-stato di coscienza latente, a cui la nostra facoltà di risveglio può attingere le idee immesse (corpo astrale);

la coscienza inesplorabile che, pur conservandosi tale, dirige gl’istinti e le tendenze nella nostra vita moderna ed esplicativa (uomo storico).

Il percorso ermetico presuppone necessariamente che l’aspirante ermetista si liberi da ogni influenza dettata dall’ambiente, dalla famiglia, dalla razza, dalla religione e pervenga ad uno stato di coscienza integrata. Questa liberazione diventa un presupposto necessario affinchè possa pian piano manifestarsi in lui il potere volitivo, la volontà, ma intesa in senso ermetico, ovvero la volontà che crea attraverso l’atto immaginativo. L’immaginazione, nel caso di una coscienza integrata, diventa un potente atto creatore: basta creare una forma mentalmente per far sì che questa si realizzi.

Questo potere volitivo, fondamentale per ottenere una guarigione, non è il desiderio di vedere riuscita una cura ma la “certezza dell’azione di un medicamento sull’organismo dell’infermo, in modo non solo da non dubitare della efficacia, ma di essere a priori sicuro del risultato. (…) La buona volontà non è un sentimento poetico dello spirito umano, è una materia vibrante vita e bene che i centri psichici o mentali di un uomo esercitato ed educato ad irradiarla, può dirigere ovunque vi è uno squilibrio organico e farlo ritorcere alla primitiva pace.

MEDICINA DEI

L’uomo, così come le piante e gli animali, possiede un’aura, composta di una materia molto sottile che circonda il suo corpo fisico quasi come un secondo corpo.

Questa aura è invisibile, tuttavia possiamo percepirla attraverso l’odorato: un esempio è dato dal profumo particolare che emana da tutti i corpi. Nell’uomo, queste evaporazioni sottili provenienti dall’aura che circonda il suo corpo, non sono sempre costanti ma cambiano in base ai suoi stati d’animo, di conseguenza un uomo che si trovi in stato di calma, o di ira, o in preda alla passione e così via, emanerà un odore diverso.

Questo secondo corpo sottile è sostanzialmente magnetismo, inteso non nel senso delle varie pratiche per ipnotizzare una persona, ma come energia vitale che permea l’essere, che si manifesta sotto diverse forme e che ci connette all’aura universale.

Il magnetismo è una forza fisica, studiata dalla scienza al pari dell’elettricità, della luce, del calore e del suono. Probabilmente, come afferma Kremmerz: “potrebbe essere il prototipo della forza che include tutte le energie della Natura. (…) Forse è una faccia dell’unica forza che volta a volta diventa elettricità, luce, calore e suono.”

Tutti i fenomeni che si verificano nei contatti tra gli uomini sono di natura magnetica. “…l’aura umana magnetica è tintura nel vocabolario alchimico, è serpente nella simbologia figurata; è la seconda hè del tetragrammaton cabalistico. Ha poteri d’incanto, di seduzione, di presa sugli altri, secondo che la nostra essenza è atta all’amore o al male.”

Quando un uomo si trova interiormente in uno stato di amore, compassione, carità, la sua aura magnetica diventa una potente calamita che attira gli altri uomini. Nessun malato si rivolgerà ad una persona la cui aura è repellente. Di conseguenza, per diventare un medico ermetico, è necessario possedere un sentimento d’amore molto elevato, senza alcuna ombra di egoismo, in modo che la propria aura risulti profumata e colorata: “Bisogna interiormente essere come in istato di preghiera, l’anima trepidante come in comunicazione con Dio…” L’aura emanata da un uomo che possiede questa disposizione interiore è molto simile a quello che gli alchimisti chiamavano “farmaco universale o cattolico”. La preghiera rappresenta un atto magico mediante il quale si esteriorizza quella “materia vivente che in voi risiede, per la vostra vita e per la sanità altrui.” Il medico ermetico deve imparare a sviluppare quest’aura e riuscire a trasmetterla ad un ammalato.

Secondo le teorie della psicologia, l’uomo possiede un fondo inesplorato dove vengono registrate tutte le idee, le impressioni, le forme, a partire dal momento della propria nascita (quindi escludendo la possibilità di vite anteriori), e che rappresenta l’inconscio dell’individuo. Per l’ermetismo, invece, l’uomo possiede una parte antica, chiamata “uomo storico”, frutto delle sue esperienze nelle precedenti incarnazioni, come già detto, che è il midollo, il nucelo centrale dell’individuo, ed una parte recente che comprende il suo bagaglio interiore derivante dall’adattamento all’ambiente in cui vive. Quello che gli psicologi chiamano subcosciente, inconscio, fa parte di quell’oscuro campo astrale rappresentato dall’ uomo storico, da cui emergono certe predisposizioni particolari, il genio, ma anche possibili disordini di vario genere. E’ analogo al Ka degli antichi egizi.

Il simbolo che rappresenta la coesistenza di queste due componenti è la stella a sei punte, nella quale il triangolo volto verso l’alto indica la vita nella piena coscienza esteriore, mentre il triangolo rivolto verso il basso simboleggia la vita, occulta e misteriosa, nel buio dell’astrale, nel subconscio. L’intersezione dei due triangoli dà origine al tipo del mago, in cui vi è perfetta integrazione tra la coscienza esteriore e quella occulta, interiore e profonda, ovvero l’uomo storico.

Riferimenti bibliografici:

Kremmerz G., Preambolo alla Medicina Aurea (Commentarium) in La Scienza dei Magi vol.II, 2010, Ed. Mediterranee, Roma.

Kremmerz G., Medicina Dei in La Scienza dei Magi vol.II, 2010, Ed. Mediterranee, Roma.

IL SIMBOLISMO DELLE PIANTE NELLA TERAPEUTICA EGIZIA

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Il regno vegetale rappresenta l’ingresso nel mondo organico di quel Fuoco di provenienza celeste intrappolato nel mondo minerale: “Se nel regno minerale la fissità e la cristallizzazione sono la regola, nel regno vegetale il movimento cinetico si complica nelle sue strutture e si rafforza poiché viene alimentato da nuove spinte. Nasce in tal senso una nuova individuazione della Sostanza che ripresa in una forma vorticosa molto più complessa e potente, dà vita al tipo dinamico del vortice che contiene in sé l’individuazione organica. Questo principio nuovo, figlio dei precedenti, espansione di potenze che erano prima allo stato di latenza, entra in un nuovo complesso di forze ove l’instabilità delle stesse permette una rapidità di scambi con l’ambiente dando nascita al primo psichismo rudimentale.” (A. Gentili, Rivista Kemi-Hathor, 1987)

La farmacopea egizia includeva un gran numero di piante medicinali, sia spontanee del luogo, che importate dai paesi limitrofi. L’analogia era, ovviamente, il metodo utilizzato nello scegliere un certo rimedio vegetale, poiché ogni pianta possiede una determinata “signatura”, porta le influenze proprie di un Neter, o di più Neter, essendo individui più complessi rispetto ai minerali. “Ogni cosa che esiste in Natura, è un glifo della Scienza Divina. Quindi, ogni animale, ogni pianta, ogni minerale, rappresenta una tappa della presa di coscienza della Causa Cosmica, che approda e si compendia nell’organismo dell’uomo. Gli Dei, in sostanza, sono simboli di funzioni, sono i principi attivi, la causa del fenomeno. (…) Il Neter, il Dio che informa l’evento, è sempre vivo ed agisce nel ritmo della Natura per adattarsi armonicamente e porsi in sintonia con le condizioni ambientali.” (A. Gentili, Il Volo dei Sette Ibis,1983, p. 79)

La “Signatura Rerum” di Paracelso si riferisce proprio all’influenza di un determinato Archetipo su di un individuo vegetale, anche se oggi si pensa, erroneamente, che si riferisca esclusivamente alla morfologia della pianta, quindi se questa possiede un succo rosso curerà il sangue, se ha la forma di un organo curerà quell’organo, etc. Questo è vero, ma un po’ riduttivo, poiché è la “forza vitale” di cui è portatrice la pianta ad esplicare l’azione terapeutica.

Ovviamente, l’errore è anche della moderna erboristeria che attribuisce il potere curativo delle piante semplicemente al loro contenuto di principi attivi, limitandone grandemente l’utilizzo, poiché se consideriamo le erbe soltanto come una preziosa fonte di sostanze chimiche, limitiamo il loro potere curativo, in quanto esse possono agire anche a livello della forza vitale oltre che a livello fisico. Mentre guariscono il corpo, esse possono agire anche sul cuore e sulla mente, in quanto aprono l’organismo ad un libero flusso di energia vitale integrante e sinergica. Esse non funzionano mediante interazioni biochimiche e applicazioni specifiche, ma in modo da aumentare i processi vitali del corpo. A livello biochimico i principi di un’erba agiscono in modo sinergico, coinvolgendo nel processo elementi che la chemioterapia non considererebbe mai attivi.

Paracelso, ad esempio, affermava in proposito: ”La Melissa è un’erba della matrice; la Maggiorana è utile alla testa; gli uomini inesperti ed ignoranti parlano in questo modo: è in Venere e nella Luna che tutto consiste, così che se tu desideri trovare tali qualità e proprietà in queste erbe, devi trovare il cielo propizio, altrimenti non ne seguirà alcun effetto.” (Paracelso, L’art d’Alchimie, par Th. Paracelse, Allemand, Monarque des arcanes, 1950, p. 19). Di conseguenza, come afferma il Gentili nel suo “Il volo dei Sette Ibis”, “in fitoterapia non si possono usare dei rimedi senza sapere prima l’impronta che li ha formati, poiché ogni Neter contraddistingue, secondo una scala di corporificazioni, determinati individui vegetali che sono utili per curare quelle parti del corpo umano contrassegnate dallo stesso Neter.” (A. Gentili, Il Volo dei Sette Ibis, 1983, p. 80).

Inoltre ogni pianta è contraddistinta da un segno zodiacale, ovvero agisce in modo mirato sull’organo retto da quel segno, azione che si somma a quella specifica di ciascun Neter.

Secondo l’assioma di Paracelso, che è anche il substrato metafisico degli omeopati, “l’astro viene guarito dall’astro”, un medicamento contenente i minerali e le erbe rette dai pianeti che governano anche l’organo da trattare agirà direttamente sulle forze eteriche di quest’organo determinandone la guarigione attraverso l’autodifesa.” (A.Von Bernus, Alchimia e Medicina, 1987).

Vediamo alcune di quelle piante largamente impiegate nell’erboristeria egizia, in base alla loro “signatura”.

Al primo Neter, Saturno, appartiene tutta la classe dei Sempreverdi, quegli alberi considerati da sempre quale simbolo d’immortalità, dalle resine intensamente profumate, dal legno incorruttibile e molto duraturo. Sono quelle che “piantate a guardia dei cimiteri, vogliono essere monito e simbolo di un allargamento dello stato di coscienza, che viene generalmente chiamato “stato di coscienza Ermetico”, ovvero, rendere cosciente ciò che giace sotto il piano liminale”. (A. Gentili, Il Volo dei Sette Ibis,1983, p. 101). Le piante appartenenti a questo Neter sono depurative, astringenti, remineralizzanti, antiemorragiche, diuretiche, antireumatiche e antisettiche, in accordo alle qualità del Neter in questione. Gli antichi Egizi utilizzavano in particolare il Cedro del Libano (Cedrus libani) ed il Pino Marittimo (Pinus pinaster). Il primo veniva importato in grandi quantità, e si impiegava la sua resina come ottimo rubefacente contro i dolori articolari, ma anche come antisettico e balsamico delle vie respiratorie, ad esempio nelle bronchiti catarrali, proprietà che la moderna fitoterapia attribuisce al contenuto di un olio essenziale ricco di terpeni che svolge una potente azione antisettica ed aumenta la produzione di globuli bianchi, e resine la cui azione riduce l’irritazione e la tosse ed aumenta la secrezione di muco fluido. Dalla sua resina, inoltre, si ricavava un unguento molto profumato che serviva nel processo della mummificazione. Il Pino, che per gli Egizi era quello Mediterraneo o Marittimo, era di fondamentale importanza nei processi di purificazione, “azione che si ricollega alla parte luminosa di Saturno, ovvero quella della Saggezza, della Sophia, dell’Intelligenza primordiale che deve essere riscoperta e raggiunta.” (A. Gentili, 1983). Le sue proprietà terapeutiche riguardano il suo potere antisettico sull’apparato respiratorio ed urinario, antiemorragico, ematopoietico e remineralizzante (Capricorno), diuretico ed è anche un buon equilibrante neuro-psichico. I principi attivi a cui oggi si assegnano tali proprietà sono gli oli essenziali ricchi di terpeni (pinene, limonene, terpinolene, etc.) dal potere antisettico; le resine, ed i tannini dall’azione astringente; il Pino è anche un antinfiammatorio delle cartilagini articolari ed un rigenerante osseo.

Le piante di Giove, in genere, hanno proprietà equilibranti, drenanti, regolarizzano le funzioni ipofisarie ed epatiche. Una delle più importanti è la Quercia (Quercus robur), albero simbolo di forza e giustizia. Presso tutti i popoli antichi era considerata quale “madre degli uomini”, ed in questo senso esplica fondamentalmente la sua azione terapeutica, agendo sugli organi della generazione (Scorpione e Sagittario), quindi in caso di disturbi come emorragie per disfunzioni ovariche, metrorragie, leucorrea, alterazioni del ciclo mestruale, infiammazione dell’utero. La corteccia ha proprietà emostatiche (Capricorno), le foglie sono vulnerarie e le ghiande diuretiche ed antitossiche, proprietà che vengono attribuite all’alto contenuto di tannini (che provocano un’azione astringente, utile in caso di emorragia o diarrea, agiscono sulle proteine e su altre sostanze formando uno strato protettivo sulla pelle e sulle membrane mucose, e che si impiegano in caso di infezioni), di principi amari, pectina (una sostanza emolliente), acido gallico, etc. Altra pianta della medesima signatura è la Salvia (Salvia officinalis), che possiede una moltitudine di effetti terapeutici (il suo nome deriva infatti dal latino “salus”, salute), innanzitutto perché agisce su tutto il gruppo ipotalamico (Sagittario) e rinvigorisce tutto l’organismo; è un regolarizzatore delle distonie neuro-vegetative e del ciclo mestruale (Scorpione), è un depurativo, antispastico, coleretico e colagogo (Capricorno), carminativo, epatoprotettore, antisettico, tonico, ipoglicemizzante. La fitoterapia considera il suo contenuto in olio essenziale composto dal 30% di tuione e dal 5% di cineolo, borneolo, canfora, salvene e pinene, nonché tannini, principi amari che stimolano l’attività del fegato coadiuvando l’eliminazione epatica, flavonoidi dalle proprietà antispasmodiche, diuretiche e stimolanti la circolazione, inoltre contiene le vitamine B1 e C.

Le piante appartenenti alla segnatura “marziana” hanno un’azione forte e decisa, sono tutte antinfiammatorie, cardiotoniche, riequilibranti della pressione arteriosa, delle funzioni tiroidee, utili nelle patologie legate al sangue, ma anche nei disturbi degli organi femminili (Scorpione), ed in genere tonificano tutto l’organismo. Tra le più utilizzate dagli Egizi vi era l’Aglio (Allium Sativum), che secondo Plinio era un potente antidoto contro i mostri velenosi. Infatti, il suo nome in sanscrito è “Bhutagna”, cioè “l’uccisore di mostri”. Erodoto racconta che gli operai egiziani addetti alla costruzione dei grandi monumenti, ricevevano ogni giorno uno spicchio d’Aglio, per le sue proprietà antisettiche e toniche, ed in effetti, l’Aglio è uno dei più potenti antisettici e batteriostatici che vi siano. È un ottimo rimedio contro la pressione alta, il colesterolo, l’arteriosclerosi e le parassitosi intestinali, è antispastico, riequilibrante ghiandolare, diuretico, febbrifugo, stimolante della digestione ed aperitivo, ha effetti antiossidanti, ed è inoltre utile nelle gastriti provocate da Helycobacter Pilori. La sua appartenenza zodiacale riguarda ben sette segni: Ariete, Toro, Leone, Vergine, Bilancia, Sagittario e Capricorno, come si può notare dalle sue molteplici virtù terapeutiche. L’odierna fitoterapia sfrutta il suo contenuto in olio essenziale solforato, mucillagine, che riduce le infiammazioni e le irritazioni, glucosidi (composti organici derivanti da un monosaccaride unito ad una sostanza di natura diversa), che hanno un ampio spettro d’attività, come quelle antispasmodiche, diuretiche, stimolanti il sistema cardiocircolatorio, etc. Altra pianta particolarmente usata era il Cumino (Cuminum cyminum), tipica della flora egiziana. Si utilizzano i suoi frutti per stimolare le funzioni gastriche, è uno spasmolitico intestinale, carminativo, digestivo, antisettico, ed è molto utile nei disturbi del ciclo mestruale, nella leucorrea e nell’ amenorrea (Scorpione); è ricco di olio essenziale, tannini e mucillagine.

Le piante solari, ovviamente, agiscono sul sistema cardiovascolare, sul sangue, sono febbrifughe e curano le malattie degli occhi. Tra queste abbiamo la Vite (Vitis vinifera), e sappiamo come il vino sia sempre stato sacralizzato e considerato quale “sangue della Terra”, nonché un prezioso alimento terapeutico e preventivo, che viene utilizzato anche come veicolo nei preparati di erbe officinali. Molto usata nelle ricette egizie è l’uva, sia fresca, usata ad esempio nella cosmesi degli occhi, che secca. Per gli Egizi era il simbolo del dio Osiride che muore e risorge. La Vite è un importante rimedio per la circolazione venosa (Leone, che richiama il segno opposto, Acquario), le sue foglie proteggono i vasi, sono antinfiammatorie, depurative e diuretiche, azione che in fitoterapia si ascrive al suo contenuto di tannini, flavonoidi, antociani, etc.; inoltre il succo che esce dalla pianta quando si recide un ramo, era utilizzato per la cura degli occhi. Altra pianta consacrata al Sole è la Palma, simbolo di resurrezione, di vittoria, di “Coscienza Solare”. Gli Egizi avevano due tipi di Palma: quella da datteri (Phoenix dactylifera), e la “Palma-dum” (Hyphaene thebaica). Il geroglifico utilizzato dagli Egizi per indicare l’anno, scandito dal percorso del Sole nel cielo, era proprio un ramo di palma. I datteri ed i loro noccioli entrano nella composizione di molte ricette, oltre che nella fabbricazione della birra. Questi frutti possiedono un elevato contenuto di vitamina A, chiamata anche vitamina antixeroftalmica (ovvero contro la secchezza dell’occhio) o retinolo, poiché è indispensabile per il corretto funzionamento della vista, inoltre hanno proprietà emollienti e decongestionanti.

Le piante di Venere, in generale, presentano un’azione sedativa, calmante negli stati di ipereccitabilità, diuretica ed agiscono contro varie patologie renali. Tra quelle maggiormente presenti nei ricettari egizi, abbiamo la Brionia (Bryonia dioica), la nostra “Vite del diavolo”, che compare nei papiri medicali con il nome di pianta “Chasit”; si usano le radici e le bacche come diuretico, contro gli edemi e la gotta (Bilancia), ha un’azione purgante, si impiega anche nei disturbi degli organi femminili, come metrorragie, fibromi e neoplasie dell’utero (Scorpione), regola il sistema linfatico ed il pancreas (Acquario), ed agendo sul sistema simpatico e parasimpatico, ha un effetto calmante, in particolare in caso di tensione nervosa (Pesci). I suoi principi attivi considerati in fitoterapia consistono in una resina a funzione acida e numerosi glucosidi, come la bryonina e la bryonidina. Molto usata era anche la Valeriana (Valeriana officinalis), una pianta che agisce in particolare sul sistema neurovegetativo (Pesci), possedendo un effetto sedativo e antispasmodico utile negli stati d’ansia e di eccitazione nervosa, nelle convulsioni, nelle palpitazioni cardiache, nell’insonnia, nei dolori spastici addominali e nei disturbi della menopausa; contiene gli acidi valerianico ed isovalerianico (che vengono utilizzati dalla medicina allopatica per le proprietà sedative), olio essenziale, alcaloidi volatili.

Tra le erbe di Mercurio vi era la Menta pulegio (Mentha pulegium), sacra appunto al dio Thot. I sacerdoti confezionavano con essa un particolare unguento, il Kifi, atto a mantenere il metabolismo cellulare ai suoi massimi livelli; la Menta possiede anche proprietà toniche e digestive, calma i dolori viscerali, le diarree croniche (Vergine), aiuta in caso di nervosismo (Pesci); la Menta contiene flavonoidi che possiedono un’azione spasmolitica e coleretica. La Verbena (Verbena officinalis), presente in varie ricette, nel passato era chiamata “il sangue di Mercurio” . E’ una pianta che stimola la lucidità mentale (Gemelli), oltre ad avere proprietà analgesiche (Pesci), depurative, antireumatiche, disinfiammanti (Scorpione), epatostimolanti (Sagittario), digestive ed aperitive, oggi attribuite ai glucosidi, agli oli essenziali, alle mucillagini ed ai tannini.

Il Loto (Nymphaea lotus e Nimphaea caerulea) è la pianta lunare per eccellenza, che gli Egizi chiamavano “la sposa del Nilo”, simbolo tangibile della manifestazione che esce dalle acque. Si utilizzano il rizoma, i fiori e le foglie per le sue proprietà riequilibranti sul vago-simpatico, leggermente ipnotiche (Pesci), febbrifughe, antinfiammatorie ed emollienti. Il Loto contiene principalmente olio essenziale, tannini e zinco. Altra pianta tipicamente lunare è il Sicomoro (Ficus sycomorus), un albero simile al Fico. Era consacrato ad Hathor, ed era chiamato “l’Albero della Vita”, assimilato alla fenice e, quindi, simbolo di vittoria sulla morte, di rinascita dalla distruzione. Gli Egizi ne utilizzavano le foglie contro l’ittero ed il veleno dei serpenti, i frutti (ricchi di minerali come potassio, calcio, fosforo e magnesio) ed il lattice contro la dissenteria, la tosse e le infezioni della gola (Toro).

SPAGYRIA: L’EREDE DELLA MEDICINA EGIZIA

Neferspagy

Il termine Spagyria, coniato dal grande Paracelso per indicare quella parte dell’Alchimia che si rivolge al mondo vegetale, generalmente, si fa derivare dall’unione dei due verbi greci “spao” (spao), che viene tradotto per “separare”, e “agheiro” (ageiro), tradotto come “unificare, congiungere”, come dire “l’Arte del separare e del ricongiungere” dopo aver effettuato una purificazione delle parti. In realtà, come sostengono alcuni autori, il termine “spao” vuol dire “estrarre”, anche perché, comunque, l’estrazione è pur sempre una separazione, mentre più probabilmente la seconda parte della parola deriva da “geros”, che indica il “divino”, il “sacro”, come ad esempio nel termine “geroglifico”, che indica la scrittura (gliphos) sacra (geros). Quindi, potremmo più propriamente definire la Spagyria come “l’Arte di estrarre i Doni Divini”, o i cosiddetti Arcana di Paracelso. Un’arte di derivazione prettamente egizia, d’altronde sappiamo come il termine Alchimia derivi dall’arabo “al Kemi”, la terra nera, ovvero l’Egitto.

Nei templi che ospitavano i laboratori per la fabbricazione delle preziose immagini degli dei e dei re, e in particolare nel tempio di Edfu, si esercitavano arti pratiche ancora nel periodo alessandrino. In esso si radunò per secoli una società segreta, la comunità dei Poimandri, che vi esercitavano l’“Arte Sacra” sotto la protezione del dio Thot. Fra i reperti sono stati individuati numerosi strumenti per l’attività chimica, eredità lasciata da questi Poimandri.” (A. Von Bernus, Alchimia e Medicina, 1987).

Tra l’altro, infatti, molti dei termini alchemici derivano direttamente da geroglifici egizi, che possono anche far meglio comprendere cosa si cela dietro gli scritti estremamente “ermetici” degli alchimisti medioevali, come ad esempio la cera, un prodotto solare con cui si confezionavano le candele, ma che si usava anche a scopo terapeutico, e con cui l’alchimista doveva sigillare il suo pellicano, deriva dal termine krr (KRR), che vuol dire “infiammarsi”; così come “l’asfalto” usato dall’alchimista sempre per chiudere il suo vaso, deriva da sfh(SFH), ovvero “purificare, offrire a Dio”.

Nell’Alchimia troviamo la tripartizione dell’essere in Solfo, Mercurio e Sale, ad indicare i tre piani della manifestazione, spirituale, animico e fisico. La Spagyria si basa sull’estrazione di questi tre principi dalle piante e sulla loro purificazione, per la preparazione di quei rimedi che riportano equilibrio sul piano animico e spirituale, e di conseguenza su quello fisico.

Il Solfo è la parte spirituale, il principio Fuoco che proviene dal Cielo, e nella pianta è rappresentato da quei composti chimici derivanti da processi di degradazione, sintesi, etc., che si producono per azione di forze cosmiche, e che la moderna erboristeria chiama principi attivi, quelle sostanze che sono anche le responsabili del profumo alla pianta. Gli oli essenziali ne sono un esempio.

Il Mercurio, la parte animica, il soffio vitale che anima e sorregge ogni individuo, nella pianta è rappresentato dagli zuccheri, dagli amidi e dalle cellulose, che degradando si trasformano in alcool, le cui proprietà agiscono su di un piano più sottile.

Il Sale, ovvero il principio direttivo della forma, è rappresentato dai sali minerali contenuti nelle ceneri che, in un certo senso, costituiscono lo “scheletro” della pianta. Sono maggiormente presenti nella radice, pur circolando in tutti gli organi, ed agiscono come il Ka della pianta, il suo principio forma, appunto, sono quelle che portano la specificità della specie: “infatti esse contengono la cellula-seme, ovvero, il nocciolo organico che, trasportato attraverso lunghi anni, si unirà nuovamente al nocciolo fissatore della psiche per riformare l’essere.” (A. Gentili, Il Volo dei Sette Ibis, 1983).

In Egitto, questo concetto lo ritroviamo nella figura dei due gemelli Shu e Tefnut, i figli di Nut (il Cielo) e Geb (la Terra), che vediamo spesso rappresentati nell’immagine in cui Shu solleva il corpo di Nut da Geb. “La Trinità Shu-Tefnut-Geb passò nell’Alchimismo posteriore come Zolfo-Mercurio-Sale, il ternario costituente ogni essere, in cui Shu è il Fuoco agente di ogni vita, la semenza che specifica la sostanza indeterminata, lo Zolfo degli Ermetisti, ovvero il Verbo che parla in Dio; Shu viene limitato da una resistenza, Tefnut, che darà la misura della sua attività, e come risultato, o conseguenza, si avrà Geb, il Sale.” (A. Gentili, Il Volo dei Sette Ibis, 1983).

Questi tre principi derivano dai Quattro Elementi primari della Natura, cardini della manifestazione: Fuoco, Aria, Acqua e Terra. Il Cosmopolita, nella sua “Nuova Luce Chimica”, afferma: “Dopo aver parlato dei Quattro Elementi, bisogna parlare dei Tre Principi e mostrare come essi sono stati prodotti dai Quattro Elementi… Essa (la Natura) ordinò che ciascuno dei Quattro Elementi agisca l’uno sull’altro. Il Fuoco cominciò ad agire sull’Aria e da questa azione produsse il Solfo, l’Aria cominciò ad agire sull’Acqua e da questa azione si produsse il Mercurio, l’Acqua cominciò ad agire sulla Terra, ed il Sale è stato prodotto da questa azione.” (Cosmopolita, Nouvelle Lumière Chymique, 1691).

In egizio, questi quattro elementi erano così rappresentati: il Fuoco, legato alla parte spirituale, possedeva più termini, come ad esempio ahtAHT dove l’Ibis (A) è analogo all’Aquila, ma mentre quest’ultima rappresenta il Fuoco indifferenziato, l’Ibis è sempre lo stesso principio che però ha subito una polarizzazione, data dal setaccio(H), che lo filtra per inviarlo in Terra, separato nelle sue componenti. “Il Fuoco Aht, perciò, rappresenta lo Spirito Umano che è individualizzato e caratterizzato: coesiste come “forma” e come “sostanza”, disperdendo i suoi raggi vitali sui tre piani della manifestazione.” (L. Anzoli, Neith, Custode dell’ultimo Segreto Alchemico, 1999). Altro termine per indicare il Fuoco è  AM, l’unione del Principio Primo Maschile (Aquila) con il Principio Primo Femminile (Civetta), cioè il risultato di una combustione data dall’incontro dello Spirito con la Materia. Poi vi è il termine teka am2TEKA, formato dal percorso del Sole, attraverso le sue tappe lungo lo Zodiaco, e dal simbolo del Ka, quindi si potrebbe definire come la fissazione dei principi celesti, astrali, ed infatti, uno dei fuochi alchemici è dato proprio dalle influenze celesti, che se non tenute in debita considerazione, conducono l’opera al fallimento.

L’Aria, che rappresenta il piano Mentale, possiede il geroglifico swh swh2 swh3 swh4(SWH) , dove la vela ha fonetica nfw nfw2 swh3 (NFW) ovvero, il magnetismo indifferenziato (superficie delle acque) diventa un magnetismo individuale (come avviene, ad esempio, con la respirazione), rappresentato dalla vipera cornuta, legando (benda) l’individuo stesso ai tre piani della manifestazione.

L’Acqua, analoga al piano Astrale, ha il simbolo mu (MU), geroglifico bilittero composto da civ swh3, la civetta, che indica ciò che vi è dentro, ovvero l’Anima, individuale (pulcino).

La Terra è terra, dove il segno terra2ha fonetica terra3terra4 (TA) ovvero “il manifestarsi nello spazio e nel tempo del Principio Primo”, mentre l’oca ha fonetica geb gamGEB, il nome del dio Terra; la cesta, dalla fonetica neb (NEB), indica un movimento di elevazione verso la superficie.

Inoltre in Egitto troviamo il collegamento dei quattro elementi a quattro organi del corpo umano, quali rappresentanti del loro aspetto più manifesto e materiale, cosa che possiamo vedere nei famosi Vasi Canopi, che contenevano i visceri mummificati dell’individuo, ovvero polmoni, stomaco, fegato e intestini. Questi organi erano posti in contenitori che rappresentavano i quattro figli di Horus, a loro volta posti sotto la protezione delle quattro principali dee egizie. I polmoni erano associati ad Hapi, e custoditi nel vaso con testa di babbuino, collegati all’elemento Terra e sotto la protezione della Dea Nefti; lo stomaco era associato a Duamutef, posto nel vaso con testa di sciacallo, associato all’elemento Acqua e protetto da Neith; il fegato era associato a Imesty, posto nel vaso con testa umana, il suo elemento era l’Aria ed era protetto da Iside; infine l’intestino veniva associato a Keb-Sonuf, posto nel vaso a testa di falco, associato al Fuoco e protetto da Serket, la Dea Scorpione.

La correlazione tra elementi ed organi viene anche dimostrata dalle malattie che possono colpire tali organi, infatti, ad esempio, i polmoni, collegati all’elemento Terra, sono maggiormente colpiti da patologie di origine esterna, come sbalzi di temperatura, intrusione di sostanze irritanti come polveri, fumo, etc.; lo stomaco, collegato all’elemento Acqua, quindi riflettente il nostro stato emozionale, è colpito prevalentemente da patologie che discendono direttamente dal piano Astrale, dal proprio inconscio emotivo; il fegato, legato all’elemento Aria, è colpito da malattie che derivano dal proprio piano Mentale, a causa di idee e pensieri contorti, conflittuali, privi di buon senso; l’intestino, analogo all’elemento Fuoco, è esposto a malattie derivanti dallo stato più profondo dell’individuo, come la sua capacità di assimilare, di trasformare e sublimare gli eventi della propria vita.

La scomposizione quaternaria negli Elementi suddetti, viene effettuata, nelle operazioni sparigiche, mediante quattro procedimenti basilari: la calcinazione (Terra), con la quale si estraggono i sali solubili; la macerazione (Acqua), per estrarre la parte liquida; la fermentazione (Aria), con cui si estrae l’alcool della pianta; la distillazione (Fuoco), in cui si distilla la parte liquida fermentata. Infine vengono ricongiunti la parte liquida ed i sali solubili della pianta. Dopo la purificazione degli elementi, si giunge alla famosa Quintessenza.

Secondo la filosofia spagirica ogni pianta è contrassegnata da un Neter. Inoltre, ogni Neter, corrisponde ad una parte della pianta, ovvero: a Saturno corrisponde la radice profonda, a Giove la radice media, a Marte il bulbo ed il colletto, al Sole il livello del terreno, a Venere il fusto, a Mercurio le foglie e alla Luna i fiori. Quindi ogni parte della pianta avrà un’azione specifica su determinate disfunzioni.

Esiste poi la cosiddetta “complementarietà Uomo-Pianta”, secondo la quale al capo dell’uomo corrisponde la radice, la parte mediana delle foglie e del fusto corrisponde alla regione toracica, i fiori sono analoghi agli organi del ricambio. Il capo e la radice sono le parti più mineralizzate e, mentre nell’uomo contiene gli organi di senso che gli permettono di entrare in relazione con l’ambiente esterno, la radice percepisce la qualità del terreno e compenetra la pianta dei processi salini. Nella regione toracica l’uomo provvede alla respirazione ed alla circolazione, analogamente a ciò che avviene nella pianta nelle foglie e nel fusto. I fiori, i frutti ed i semi corrispondono, nell’uomo, agli organi del ricambio. Pertanto, la radice agirà di preferenza sugli organi nervosi e sensoriali dell’uomo, ed avrà un’azione profonda, le foglie agiranno prevalentemente sul cuore e sui polmoni, i fiori, i frutti ed i semi sul sistema metabolico.

Tralasciando di parlare della raccolta della pianta, che deve essere effettuata in determinati anni, giorni ed ore (corrispondenti al Neter che contraddistingue la pianta), alle condizioni celesti che devono essere propizie, alla lavorazione della stessa, che richiede talvolta anni, ai mezzi necessari a tale scopo, alla purificazione dell’operante, etc., argomenti che verranno affrontati più avanti, questi sono, in breve, i postulati base della Spagyria, che come abbiamo potuto vedere, sono di diretta derivazione egizia. Infatti, i prodotti utilizzati nella farmacopea egizia sono per la maggior parte “prodotti spagirici” propriamente detti.

Il fine ultimo della Spagyria è quello di estrarre il Principio Vitale che anima e sostiene la pianta, perché “la vita non risiede nel gioco chimico del mondo organico, ma nello psichismo che lo regge, e l’evoluzione non consiste nel mutamento delle forme, ma nel dinamismo del centro che le anima. Lo spagirista, che cammina aderente alla Sostanza, che resta sempre nel profondo ove è l’essenza dei fenomeni, va alla ricerca di questo principio informatore, tralasciando la forma, non interessandosi delle ultime conseguenze e prendendo in considerazione il centro generatore. Non importa la classificazione botanica, ma la progressiva manifestazione del principio della Vita. E su questo punto di capitale importanza si basa la differenza tra l’erborista e l’alchimista. Liberando il sistema cinetico della Sostanza da queste unità protoplasmatiche, liberando la Vita che concentra la sua architettura in un germe e la sua ricostruzione completa nella forma adulta, solo così si potrà fare della Spagiria.” (A. Gentili, Rivista Kemi-Hathor, 1987).

IL POTERE TERAPEUTICO DEI SOGNI NEL TEMPIO DI ASCLEPIO

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Nell’antica Grecia, i depositari della sapienza medica tradizionale erano quei sacerdoti consacrati alla medicina misterico-iniziatica fondata dal dio Apollo, e di cui Asclepio ne rappresentava l’erede e la figura operativa centrale.

Il mito ci narra diverse versioni della nascita di Asclepio. Una di queste, la più comune, ci dice che il semidio Asclepio nacque dall’unione di Apollo con la ninfa Coronide, figlia di Flegias re dei Lapiti. Successivamente, quest’ultima si congiunse con un giovane di nome Ischys, ed il corvo dalle candidissime piume che Apollo aveva lasciato al suo fianco per sorvegliarla, corse a riferirlo al Dio che, infuriato, uccise la ninfa ed il suo amante con una saetta (secondo un’altra versione, fu Artemide ad uccidere Coronide, per vendicare il fratello). Pentendosi di questo atto, dopo aver saputo dalla ninfa morente che ella portava in grembo suo figlio, non potendo riportarla in vita, ne aprì il ventre e ne trasse fuori il bambino, che affidò al saggio maestro di Dei ed Eroi, il centauro Chirone, che lo istruì nell’arte medica e nella divinazione (che tra l’altro, secondo Ippocrate, sono discipline consociate). Adirato inoltre con il corvo che gli aveva omesso parte della verità, tramutò le sue piume nel colore della notte.

Pare che Asclepio avesse ricevuto in dono da Atena il sangue della Gorgone Medusa, che aveva il duplice potere di guarire tutti i mali (se sgorgato dalla vena destra) o di essere un terribile veleno letale (se sgorgato dalla vena sinistra).

Asclepio utilizzò il primo, provocando le ire di Zeus e di Ade, poiché l’Oltretomba cominciava a svuotarsi. Il padre degli Dei decise allora di colpirlo con la sua folgore. Ma Apollo, addolorato per la triste fine del figlio, ottenne da Zeus che fosse tramutato in un Dio, ed oggi lo troviamo a rifulgere lassù, nelle terse notti stellate, nella costellazione dell’Ofiuco, o Serpentario. Come il suo simbolo, nonché animale sacro.

La sua discendenza conta otto figli, cinque femmine, ovvero Igea, sempre rappresentata accanto al padre, quale personificazione della buona salute e delle regole igieniche atte a mantenerla (la dea Salus dei Romani); Panacea, dalla quale più tardi gli alchimisti trassero il loro concetto di Panacea Universale, presiedeva all’uso delle erbe magiche e officinali; Iaso, Egle, la madre delle Grazie e Acheso; e tre maschi: Telesforo, assunto quale dio della convalescenza, Macaone ed il medico Podalirio.

Il culto di Asclepio vide i suoi natali probabilmente in Tessaglia, secondo alcuni autori luogo di nascita del dio, per poi estendersi in tutta la Grecia. In particolare, il culto ebbe un grande rilievo ad Epidauro, dove fu edificato uno dei templi più importanti dedicati ad Asclepio ed alla sua Arte Medica.

Il tempio fungeva da luogo di risanamento dei malati. I sacerdoti accoglievano nel santuario i fedeli afflitti dal morbvs e, attraverso una serie di operazioni di “rettificazione” completa dell’anima, tentavano di vedere “oltre” le manifestazioni fisiche del pathema, fino ad arrivare alla radice delle vere cause che provocavano lo squilibrio psicofisico.

La prima parte del trattamento riguardava una catarsi mediante delle purificazioni e delle purgazioni costituite da digiuno e astinenza sessuale, uso di profumi particolari e partecipazione agli inni e alle musiche apollinee, in modo da ristabilire il corretto ritmo interno delle funzioni inconsce, irrazionali, placare l’anima e ricondurre il malato sulla via della retta condotta di vita.

Dopo di che il malato rimetteva la sua volontà e la ragione in accordo con il Dio e, riacquisendo la Pietas e compiendo un sacrificio ad Asclepio, essendo in questo modo completamente assorbito dalla ritualità, ritrovava la sua conformità all’ordine divino.

La fase successiva, dopo aver fatto delle offerte oblatorie e dei sacrifici all’interno del Tholos del Tempio, prevedeva l’assunzione di una bevanda sacra atta a condurre l’anima in quello stato di esaltazione necessario per l’ultimo atto del processo di guarigione: la liberazione dal morbvs tramite l’incubazione notturna nell’Abaton del Tempio, all’interno del quale il malato, tra volute di incenso ed il sibilo dei serpenti sacri, attraverso il sogno riceveva dal Dio la rimozione di ogni male.

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Il potere “terapeutico” dei sogni è sempre stato conosciuto nell’antichità, oggi viene riscoperto mediante la psicanalisi.

C.G. Jung, nel suo “L’uomo e i suoi simboli”, ci dice infatti che: “La funzione generale dei sogni consiste nel restaurare il nostro normale status psicologico attraverso la produzione di materiale onirico che ristabilisce, con una sottile operazione, il nostro totale equilibrio psichico. Questo è ciò che io chiamo il ruolo complementare (o compensatorio) dei sogni nell’ambito della nostra struttura psichica.” (C.G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, Ed. Tea, 2013, Milano- p. 30)

Ripristinare questo totale equilibrio psichico risulta assolutamente fondamentale per poter ottenere una guarigione completa. La medicina antica, infatti, ha sempre tenuto conto dell’uomo nella sua totalità di corpo, anima e spirito, anche se già all’epoca si delineava la frattura tra una medicina che potremmo definire, in termini moderni, “olistica”, ed una medicina scientifica, razionale, madre dell’attuale medicina allopatica, che tiene conto solo degli “effetti” delle malattie, e su questi agisce, non considerando le cause profonde, sottili, degli squilibri e così non arrivando mai ad ottenere una guarigione vera e completa del paziente.

Giustiniano Lebano, nel suo piccolo trattato “Del Morbo Oscuro”, ci dice in proposito: “Due dottrine in medicina esistevano presso gli antichi. Una Epidaurica, e l’altra Empirica. La prima veniva sotto la cura delle Pizie insegnata ai soli Eletti, la seconda lo era dai Sacerdoti minori ai soli Mortali Plebei; che l’immortale Vico distingue in parlari de’ Mortali, e parlari de’ Numi – ossia sacri ed arcani. I libri d’Ippocrate sono scritti in parlari Jeratici, ossia Teologici, quindi indiciferabili dagli attuali medici che appena sanno distinguere l’Alpha dall’Omega.” (G. Lebano, Del Morbo Oscuro, Ed. Victrix, 2012, Napoli – p.15)

In virtù di questa differenza, Lebano distingue i cosiddetti Ippocrati, ovvero i medici ispirati dagli Dei, dagli Ipocrati, i medici laureati, coloro che praticano quella medicina ormai incapace di comprendere la lingua degli Dei, le vere ed effettive cause delle malattie, e quindi incapace di curare. Lebano definisce questi ultimi, in termini spregiativi, Ciurmatori e Cantabanchi, ed afferma: “Per contrario la Jatrea Asclepia (Aschlepia – si spiega – Dare l’adipe alle membra sparute, ossia l’arte di restituire ai macilenti la valitudine) era la dottrina per scienza di principi, in cui si alunnavano gli adepti Piziagorici. In conseguenza l’Empirica era la spregevole, la cantabantica. L’Aschlepia che veniva insegnata dalle Pizie, era la divina che conosceva i Morbi, e ne guariva gl’infermi. Spente che furono le Pizie per opera di Costantino che alunnavano gli Adepti, e spente tutte le dottrine dei nostri Avi, ed oppressi da un piede di ferro di Evo Volgare, non rimasero altro che l’Empiriche conoscenze, per cui la medicina non ha più potuto ritornare al suo antico lustro divino Epidaurico, e si striscia nella melma dell’Empirismo Volgare Ciurmatoro.” (G. Lebano, Del Morbo Oscuro, Ed. Victrix, 2012, Napoli – p.16-17)

Torniamo al potere dei sogni, che tanta importanza rivestì nei processi di guarigione dell’antica Medicina Sacra.

Per i poeti ellenici, i sogni erano esseri alati e multiformi, figli di Erebo e della Notte, e dimoravano nel vestibolo degli Inferi, dove secondo Virgilio abitavano su di un olmo, oppure, secondo Seneca, attorno ad un tasso.

Negli Inferi erano presenti due porte: una d’avorio, opaca, dalla quale uscivano i sogni falsi, ed una di corno, trasparente, attraverso la quale passavano i sogni profetici, come ci dice Penelope nel canto XIX dell’Odissea:

Per loro natura i sogni sono inesplicabili e portano messaggi difficili da interpretare, né ogni cosa si compie per i mortali. Due sono le porte dei sogni immateriali, una corno e l’altra avorio; e quelli che escono attraverso l’avorio illudono, perché portano messaggi che non si realizzano, mentre quelli che procedono per la porta di polito corno compiono cose vere, ogni volta che un mortale li veda.”

Nel tentativo di favorire il secondo tipo di sogni suddetti, nacque l’onirocritica, trattata da vari autori, tra cui Macrobio, Artemidoro e altri. I sogni vennero così distinti in: Oneiros, Orama, Kreatismos, Enùpnion e Fantasma.

Dei sogni così classificati risultano veritieri e desiderabili solo i primi tre, mentre l’Enùpnion è fallace poiché dovuto alle impressioni della veglia e il Fantasma si verifica quando ci si trova in quello stadio intermedio tra la veglia ed il sonno, chiamato dagli psicologi “stato crepuscolare”, e durante il quale si scorgono tutte quelle visioni nebulose che derivano da quel particolare stato di oppressione che talvolta precede il sonno o dalla stanchezza.

L’Oneiros era il sogno ordinario che abbisognava di un’interpretazione simbolica; l’Orama era un tipo di sogno confermato poi dalla realtà; infine il Kreatismos prevedeva l’apparizione di un Dio, o anche di un parente defunto o di un sacerdote, che consigliava come fare o come evitare qualche cosa nel futuro.

Per riuscire a trarre i sogni attraverso la porta di corno, era assolutamente necessario che l’anima prevalesse sul corpo, attraverso ben precisi rituali di purificazione, in particolare attraverso l’acqua, che si effettuavano prima dell’entrata nell’Abaton. Infatti in ogni tempio di Asclepio, era generalmente presente una sorgente sacra.

Ma per favorire dei sogni profetici vi era bisogno anche di altri elementi. La religione Egizia, da cui molto attinse il culto di Asclepio, ce ne fornisce un esempio. Infatti nei papiri vi sono molte indicazioni sul modo di ottenere in sogno la visita degli Dei durante l’incubazione nel tempio, mediante l’uso di formule magiche, purificazioni e dormendo avvolti in panni consacrati. Diodoro (I, 25,§3,5) ci dice: “Gli Egiziani dichiarano che Iside ha reso loro grandi servigi nell’arte medica, rivelando loro mezzi terapeutici: che ora, diventata immortale, ha speciale diletto nel culto degli uomini, e si occupa della loro salute: e che li assiste nei sogni, rivelando loro con ciò la sua benevolenza. Questo è dimostrato non da favole, come fra i Greci, ma da fatti autentici. In realtà, tutte le nazioni della terra attestano il potere della Dea nel curare con la sua influenza le malattie. Nei sogni ella rivela ai sofferenti i rimedi più opportuni alle loro malattie e, seguendo esattamente i suoi consigli, parecchi sono risanati, contrariamente a ciò che il mondo aspettava, dopo esser stati abbandonati da tutti i medici.”

Strabone ci parla del tempio di Serapide, dove si praticava l’incubazione, dicendo. “Nel suo tempio gli si pratica gran culto e molti miracoli si compiono, che gli uomini più insigni credono e riconoscono, mentre altri si dedicano al sacro sonno.” (Georg. XVII, p.801)

Nei templi di Asclepio, durante l’incubazione notturna, una pratica molto importante consisteva nel dormire su pelli di animali, in genere quelli sacrificati al Dio. Presso i Greci, avvolgersi in pelli di animali sacri era un simbolo della comunicazione con la divinità, di esaltazione mistica e potenza eroica.

In molti casi, i sogni profetici che si avevano durane l’incubazione nel Tempio, rappresentavano da soli la cura risolutiva (e spesso miracolosa) alla malattia, come possiamo leggere in alcune delle numerose iscrizioni presenti nel tempio di Epidauro:

Pindaro, tessalo, aveva stigmate sul viso. Durante l’incubazione, vide un sogno: e gli parve che il dio gli bendasse le stigmate e gli ordinasse di togliere la benda all’uscita dall’Abaton e di offrirla al tempio. Venuto il giorno, si alzò e si tolse la benda; ed era guarito dalle stigmate, e portò al tempio la benda, che recava tracce del suo viso.”

Un uomo venne supplice al dio. Egli era cieco al punto da non aver più che le palpebre in un occhio; entro di esse non vi era nulla, ma erano vuote del tutto. Dissero a costui alcuni di coloro che stavano nel tempio, che era pazzia il credere di poter guarire, non avendo neppur la traccia del globo, ma l’occhiaia sola. Costui dormendo ebbe una visione; e parve a lui che il dio gli mescesse un farmaco, e quindi, aprendogli le palpebre, ve lo versasse. Venuto il giorno se ne andò, vedendo da ambo gli occhi.”

(G.G. Porro, Asclepio-Saggio Mitologico sulla Medicina Religiosa dei Greci, Ed. Victrix, 2009, Forlì-p.66-67)

Nei sogni il Dio spesso consigliava anche dei rimedi da assumere al fine di recuperare la salute. Un esempio possiamo trovarlo nelle iscrizioni presenti nel tempio romano di Asclepio, sull’isola Tiberina.

A Giuliano, che perdeva sangue, e di cui tutti disperavano, il dio ordinò di venire (nel tempio) e di togliere dall’altare triangolare frutti di pino e mangiarli con miele per tre giorni, e fu salvo, e venne, e ringraziò pubblicamente il dio, in presenza del popolo.”

A Valerio Afro, soldato cieco, il dio disse in oracolo di venire (nel tempio), e di prender sangue di gallo bianco con miele, e farne un unguento; e con questo ungersi gli occhi per tre giorni; ed egli ricuperò la vista, e venne, e ringraziò pubblicamente il dio.”

(G.G. Porro, Asclepio-Saggio Mitologico sulla Medicina Religiosa dei Greci, Ed. Victrix, 2009, Forlì-p.63)

Se analizziamo i rimedi consigliati dal Dio, ci rendiamo subito conto di come essi avessero un evidente significato “analogico”, simbolico, in accordo con le funzioni archetipiche da riequilibrare. Nel primo caso abbiamo un’emorragia, che viene curata con frutti di pino, che sappiamo essere un albero legato a Saturno, in particolare al Saturno nella sua fase discendente di “caduta” nella materia, forza coagulante in opposizione alla forza solare espandente (il sangue, in questo caso), fuoco celato nella materia. Il pino, analogicamente, ha infatti delle proprietà astringenti e antiemorragiche. Nel secondo caso, la cecità viene curata attraverso sangue di gallo bianco e miele. Il gallo bianco era uno degli animali sacri ad Asclepio, e di solito gli veniva sacrificato a guarigione avvenuta. In tutte le religioni questo animale aveva il potere, con il suo canto alle prime luci dell’alba, di mettere in fuga gli incubi e le potenze demoniache che regnano nella notte, l’oscurità in ogni sua forma, insomma. Il gallo, il suo sangue, il miele, sono tutti “prodotti” che hanno una signatura prettamente solare, che apportano “luce”, pertanto impiegati per riportare questa “luce” a degli occhi che non riescono più a coglierla, e ricordiamo che analogicamente il Sole è preposto anche agli occhi ed alla funzione della vista.

Accanto alle pratiche volte a provocare i miracolosi sogni profetici, alla somministrazione di preparati, erbe officinali, fumigazioni, abluzioni, ripetizioni di formule magiche, inni e preghiere, al ristabilimento delle condizioni psichiche ottimali per favorire la guarigione fisica, mediante la partecipazione a canti, musiche, danze, spettacoli teatrali (all’interno del Tempio vi era anche un teatro), grande rilievo aveva probabilmente anche il potere di auto-guarigione.

A tal proposito, vorrei concludere con un’interessante osservazione del dottor Jung: “Il mito dell’eroe universale, ad esempio, si riferisce sempre a un uomo potente o a un uomo-dio che annienta le forze del male materializzate in dragoni, serpenti, mostri, demoni e così via, e che libera il proprio popolo dalla distruzione e dalla morte. La narrazione e la ripetizione rituale di testi sacri e di cerimonie, insieme alla venerazione della figura dell’eroe per mezzo di danze, musiche, inni, preghiere e sacrifici, trasmettono ai fedeli emozioni soprannaturali (quasi una attrazione magica) ed esaltano l’individuo fino a portarlo a identificarsi con l’eroe. Se cerchiamo di considerare questo tipo di situazione con gli occhi del credente, arriveremo forse a renderci conto di come l’uomo comune possa sentirsi liberato dal sentimento di impotenza personale e dalla propria infelicità e trovarsi ripieno (almeno temporaneamente) di una qualità quasi sovrumana. In molti casi questa convinzione si manterrà viva in lui per molto tempo e conferirà un certo stile alla sua vita. Essa può anche imprimere uno speciale carattere a tutta una società. Un esempio notevole di questo fenomeno può rinvenirsi nei misteri eleusini, che furono definitivamente soppressi all’inizio del VII secolo dell’era cristiana. Essi esprimevano, insieme all’oracolo di Delfo, l’essenza e lo spirito dell’antica Grecia. Su scala molto maggiore, la stessa era cristiana deriva il proprio nome e il proprio significato dall’antico mistero dell’uomo-dio, che ha le sue radici nel mito archetipico di Horus-Osiride dell’antico Egitto.” , (C.G. Jung, L’uomo e i suoi simboli – Ed. Tea, 2013, Milano – p, 62)

PIETRE E CRISTALLI: IL FUOCO CELESTE NASCOSTO NELLE VISCERE DELLA TERRA

occhio

Sappiamo che la crosta terrestre è composta dal 70% circa di silicati. Il Silicio, analogamente al segno astrologico dell’Acquario, rappresenta il canale attraverso cui scorrono le influenze provenienti dal Cosmo. Di conseguenza, la crosta terrestre, lungi dall’essere un semplice supporto, diventa piuttosto un veicolo attraverso cui l’onda di Vita prende corpo e le rocce risultano pertanto la “porta d’entrata” delle Forze Celesti, da ciò l’importanza datagli nell’antichità.

Il Fuoco di provenienza celeste non può esser utilizzato tal quale, ma ha bisogno dell’intervento di una combustione della materia stessa, che viene operata dal regno vegetale e da quello animale. Il regno minerale rappresenta perciò la scintilla della Vita ed il regno organico, invece, il continuatore di questa Vita, poiché ha la capacità, per sua intima costituzione, una volta ricevuto questo Fuoco, di alimentarlo.

Le pietre ed i cristalli assumono così una grande importanza, rappresentando il regno delle forze pure, che non hanno subito mediazione, delle leggi immutabili, diventando il simbolo dell’inalterabilità e dell’eternità dei Neter, la cui prima materializzazione avviene appunto nel regno minerale.

Ricordiamo, ad esempio, come nell’antichità i templi, “le case degli Dei”, fossero costruiti in pietra, mentre le case degli uomini, che sono effimeri, passeggeri, erano costruite con l’argilla. Le due pietre più importanti per la costruzione dei templi erano il Granito ed il Calcare. Il Granito è una roccia magmatica intrusiva ad alto contenuto di Silicio; era considerata come l’elemento Fuoco che si manifesta sottoforma di pietra, il “Fuoco celato nella materia”. Di Granito erano gli obelischi, delle vere e proprie “antenne” lanciate verso il Cielo, le colonne, atte a delimitare determinati spazi sacri, ma anche i battenti delle porte, in quanto “punti di passaggio”. Un’altra pietra che può meglio farci comprendere il rapporto del Silicio con il Calcare, è la Selce. Questa è una roccia sedimentaria silicea, che può essere sia di origine organica che inorganica. La Selce deriva in generale dalla silicizzazione del calcare, ovvero dalla precipitazione di acido silicico in presenza di calcare. Quindi troviamo da una parte il Silicio, appunto, dall’altra il Carbonio. Il primo, quando si unisce sottoforma di ione agli altri elementi, ha reazione acida, mentre il secondo, nelle stesse circostanze, ha reazione basica. Potremmo dire che il Silicio è “maschio”, mentre il Carbonio è “femmina”, e questo ci viene confermato dall’Astrologia, dato che l’Acquario è un segno maschile, mentre il Capricorno è femminile. Ci troviamo di fronte all’androgino Saturno nei suoi due aspetti. La Selce, come sappiamo, veniva utilizzata per accendere il fuoco, atto che presso i popoli antichi rappresentava un vero e proprio rituale. Una volta acceso il fuoco, questo va mantenuto attraverso il Carbonio, il Saturno di Capricorno, che per sviluppare calore ha bisogno di consumare Ossigeno, il principio solare. Quindi, in ultima analisi, il Silicio rappresenta il portatore del Fuoco, mentre il Carbonio è la matrice che nutre questo Fuoco, all’interno della quale esso si sviluppa e si espande. La Selce, da questo punto di vista, rappresenta l’unione delle due polarità, positiva e negativa. In un testo delle Piramidi, viene descritto il viaggio dell’anima tra due muri sfavillanti di Selce.

Come la Selce, anche l’Ossidiana ebbe un ruolo di grande rilievo nell’antichità, quale rappresentante di quel Fuoco nascosto nelle profondità della Terra. Essa è anche chiamata vetro vulcanico, poiché origina dal rapido raffreddamento del magma, sottoforma di una massa vetrosa, nera e lucida. Con essa si confezionarono armi, monili, talismani, etc., anche perché si credeva avesse il potere di scacciare i demoni. Le sue proprietà terapeutiche si esplicano nella stimolazione della circolazione dell’energia e del sangue, nel fermare le emorragie, nell’accelerare la guarigione delle ferite e la rigenerazione dei tessuti. Inoltre circonda di un aura energetica che tiene lontane le negatività.

Un’ultima considerazione riguarda il processo litogenetico mediante il quale prendono vita le pietre ed i cristalli, anch’esso utile nella scelta di un certo minerale a scopo terapeutico. Dato che essi si possono formare in tre tipi di ambiente diversi, ovvero magmatico, sedimentario e metamorfico, avremo tre differenti processi di litogenesi:

-Litogenesi primaria: vi derivano le rocce magmatiche, da cui originano i minerali primari. Il magma viene definito come una massa silicatica fusa, e da esso, per successivo raffreddamento, si formano rocce dette vulcaniche o effusive, come l’Ossidiana, il Basalto, la Pomice, l’Agata, le Porfiriti, o rocce dette plutoniche o intrusive, come l’Olivina, lo Zircone, l’Epidoto, l’Avventurina ed il Quarzo rosa. Altre pietre che originano dal fuoco magmatico sono i Graniti, i Feldspati, i Berilli, il Topazio, la Galena, la Blenda, la Pirite, la Cassiterite, il Tufo Vulcanico. Dal punto di vista terapeutico, risultano le più efficaci, poiché più vicini al “Fuoco primordiale”. Inoltre aiutano nei disturbi dovuti a cambiamenti radicali, a svolte importanti nella propria vita.

-Litogenesi secondaria: tramite questo processo hanno origine le rocce sedimentarie, che si formano dall’accumulo di rocce preesistenti, dai resti di gusci e scheletri di organismi, o dalla deposizione di sostanze minerali sciolte nelle acque. Il tipo di disgregazione a cui vanno incontro le rocce può essere un’ossidazione, come nel caso della Malachite, dell’Azzurrite e della Crisocolla, o una riduzione, come per l’Argento ed il Rame. Altri minerali che si formano in ambiente sedimentario sono la Calcite, il Gesso, il Salgemma. Sono utili per analizzare ed armonizzare le proprie necessità.

-Litogenesi terziaria: vi originano le rocce metamorfiche, che si formano quando le rocce ignee vengono sottoposte a temperatura e pressione molto elevate. La metamorfosi può essere di contatto, come nel caso del Rubino e dello Zaffiro, o una metasomatosi (una serie di reazioni chimiche che modificano la roccia, impoverendola o arricchendola di determinati elementi), come per l’Occhio di Falco e la Rodenite. Altri minerali di questo tipo sono il Granato, il Marmo, lo Gneiss, la Serpentina, la Grafite, la Magnesite, la Vesuviana, il Micascisto, le Cloriti. Aiutano nei cambiamenti interiori (dove il “calore” e la “pressione” interni ci spingono ad un’analisi interiore), ma anche per superare situazioni di stasi e compromesso.

Le pietre planetarie e zodiacali nella tradizione occidentale

I vari componenti della crosta terrestre vengono oggi distinti nei cosiddetti sistemi cristallografici, che sono in numero di sette, e che si basano sugli assi reali del cristallo e gli spigoli o i possibili spigoli che derivano da questi assi. Ogni sistema cristallografico, con la sua particolare figura geometrica, corrisponde ovviamente ad un Neter:

Sistema cristallografico

Neter

Trigonale

Saturno

Tetragonale

Giove

Rombico

Marte

Monometrico

Sole

Esagonale

Venere

Monoclino

Mercurio

Triclino

Luna

La forma cristallina rappresenta la Forza direttrice che pietre e metalli devono assumere per entrare in manifestazione. “Il sistema di cristallizzazione dei vari materiali assume il concetto di Sale degli alchimisti, il prospetto, in campo subliminale, di come si presenterà nella scena della manifestazione, il Mercurio e Solfo dell’Archetipo; gli elementi direttivi della forma ma non la forma stessa, la materia.” (A. Angelini, Corso di Alchimia e Spagiria II, 1995). 

La nostra tradizione associa a ciascun Neter una pietra specifica. Basilio Valentino, nel suo “Misteri delle Tinture dei Sette Metalli”, ci dà le seguenti corrispondenze, escludendo il Sole, il cui maggior rappresentante è comunque l’Oro :

Neter

Pietra

Saturno

Granato

Giove

Topazio

Marte

Rubino

Venere

Smeraldo

Mercurio

Cristallo di rocca

Luna

Zaffiro

Il Granato è un silicato complesso di Calcio, Magnesio e Alluminio, con tracce di Ferro, Manganese, Cromo, Vanadio, Zirconio, etc., dal colore rosso-violaceo, che cristallizza nel sistema monometrico. In Egitto era molto usato il Piropo, dal colore rosso sangue, ed altri Granati bruni estratti dalle miniere del Mar Rosso. Da un punto di vista terapeutico è utilizzato per eliminare i blocchi energetici, stimolare il potere di rigenerazione dell’organismo, il metabolismo e la produzione dei globuli rossi, migliorare la circolazione, combattere tutte le forme di infiammazione. Inoltre aiuta ad indurre il sonno, tanto che Alfonso X, nel suo lapidario, la chiama “la pietra del sonno”.

Il Topazio è un ortosilicato fluorifero di Alluminio, che cristallizza nel rombico. In genere è di colore giallo, ma se puro è incolore. Il suo nome deriva dal sanscrito e vuol dire “fuoco”. Gli Egizi lo estraevano dalle cave di Dyebel Sabara. In cristalloterapia si sfruttano le sue proprietà energizzanti e vitalizzanti, stimola la circolazione energetica lungo i meridiani, è calmante, riequilibrante del sistema nervoso, e stimola il metabolismo, cura le malattie della pelle e dell’apparato digerente. E’ anche legato alla capacità di esprimere emozioni.

Il Rubino è un corindone, ovvero ossido di Alluminio, che cristallizza nel trigonale, ed assieme allo Zaffiro è una delle pietre più dure dopo il Diamante. Negli scavi in Egitto sono stati rinvenuti degli splendidi Rubini dedicati a Ra Hur Xuti. Questa pietra dona luce e potenza e rappresenta un “proiettore” di volontà. È un ottimo rimedio contro tutte le malattie del sangue e del cuore, tonifica l’intero organismo, combatte ansia e stress. Inoltre aiuta nelle malattie esantemiche e contagiose.

Lo Smeraldo è un metasilicato di Alluminio e Berillio che cristallizza nell’esagonale, il suo colore verde è dovuto a tracce di Cromo e Vanadio. Gli Egizi la consideravano la pietra della speranza e degli amanti, oltre che dei Solstizi, e lo estraevano dalle cave di Kosseir nell’Alto Egitto, lungo le rive del Mar Rosso. Lo Smeraldo è un buon rimedio contro le malattie renali, polmonari, la dissenteria, gli avvelenamenti, l’epilessia; inoltre favorisce la funzionalità epatica. Pare che tenga lontane le energie negative e gli insetti molesti.

Il Cristallo di rocca è puro Quarzo cristallizzato, trasparente, incolore. Esso cristallizza nel trigonale. Gli egizi lo consacrarono a Sebgu, il pianeta Mercurio, che vuol dire “la Stella di Seth”, poiché “se Osiride è colui che presiede all’ordine universale, Seth, ipostasi di Osiride, è l’avidità del possesso e della continuità che prende possesso e vuole fissare l’attività vitale di Osiride. Queste sono esattamente le funzioni mercuriane fisiologiche del nostro corpo, come pure di quelle psichiche, che rendono proprie le funzioni universali appropriandosene tramite un interscambio fatto di movimento.” (A. Angelini, Corso di Alchimia e Spagiria II, 1995). Sappiamo come il Quarzo e la sua varietà come Cristallo di rocca venga usato in radionica nelle proiezioni a distanza, per curare o per concentrare la potenza terapeutica di un individuo o di un farmaco, così come di questa pietra è fatta la “sfera di cristallo” del veggente, poiché in grado di captare le emissioni provenienti dal mentale umano e quelle provenienti da un piano “extraumano”, agendo da vero e proprio mediatore.

Lo Zaffiro, pietra lunare, è un corindone come il Rubino, ed anch’esso cristallizza nel trigonale. Dal punto di vista terapeutico, lo Zaffiro può concentrare energie di guarigione, dona purezza d’animo e saggezza profetica, posto sulla fronte aiuta a cicatrizzare le ferite. È un buon rimedio anche contro l’artrosi cervicale, il mal di testa, l’insonnia, le malattie degli occhi, l’ansia ed il nervosismo.

Altre gemme usate dagli Egizi, che non compaiono nella lista delle pietre planetarie, ma che meritano di essere menzionate per il loro largo impiego, sono la Corniola (che però ritroveremo fra le pietre zodiacali), che gli Egizi chiamavano “il sangue di Iside”. Nel capitolo CLVI del Libro dei Morti, vi è la consacrazione di un talismano in Corniola, che recita: “O Iside! Che il tuo sangue agisca! Che il tuo irraggiamento agisca! Proteggi, o Dea, questo spirito possente! E risparmiagli il contatto con esseri che gli ispirano orrore e disgusto.” (da “Il serto di Iside”, 1986, p 39). Vi era poi il Turchese, un fosfato idrato di Rame ed Alluminio, che può contenere tracce variabili di Ferro e che cristallizza nel triclino; veniva estratto dal Sinai. Stimola la volontà e la concentrazione, e le sue proprietà terapeutiche riguardano le malattie cardiache e la regolarizzazione della pressione sanguigna. Molto usato era anche il Lapislazzuli, che è un silicato di Alluminio, Sodio, Calcio, mescolato con Calcite, Pirosseni ed altri silicati. Era importato in Egitto dall’Afghanistan. Veniva sfruttata la sua proprietà di ripulire il corpo e lo spirito dalle negatività, per poter accedere alla Conoscenza Sacra; ricordiamo, in India, il Buddha della Medicina assiso sopra un trono di Lapislazzuli. Infine la Malachite, un carbonato di Rame che cristallizza nel monoclino, molto usata nella cura delle malattie degli occhi e dei reni; agisce attenuando le coliche, i crampi, i reumatismi ed i dolori del parto; nell’Ebers 385 (60, 16-61,1) leggiamo: “Un altro medicamento per allontanare la stagnazione di acqua in entrambi gli occhi. Viene la verde Malachite, viene la verde Malachite! Viene il verde! Viene l’efflusso dall’occhio di Horus, viene lo sgorgo dall’occhio di Atum, viene l’efflusso ed esso viene da Osiride”.

Con la Calcite, carbonato di Calcio, si confezionavano i famosi vasi canopi, deputati ad accogliere i visceri del defunto. Anche l’Alabastro, una particolare varietà microcristallina di Gesso, serviva a confezionare i vasi canopi, ma pure recipienti per unguenti, profumi, etc. Infine, varie forme di Basalto, una roccia vulcanica effusiva, come ad esempio la Diorite, una delle più dure da modellare, venivano utilizzate per realizzare maestose statue.

Le pietre attribuite a ciascun segno zodiacale differiscono nelle varie culture, ed anche all’interno della stessa, come ad esempio la nostra, non c’è molta chiarezza al riguardo.

Eppure, per quanto riguarda la tradizione occidentale, questa corrispondenza pietre-segni è facilmente rintracciabile all’interno del testo sacro della nostra cultura, la Bibbia, precisamente nell’Apocalisse, in cui confluiscono molti degli insegnamenti egizi.

Al capitolo XXI, l’autore scrive: “E mi trasportò in ispirito sopra un monte grande ed eccelso, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso di Dio, nella gloria stessa di Dio. E lo splendore di lei era simile a pietra assai preziosa, come di diaspro cristallino. Aveva un muro alto e grande munito di dodici porte presso i quali vi erano dodici Angeli. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte, a occidente tre porte.” (Apocalisse 21 – 10) Evidentemente, in questo passo che tratta della Gerusalemme Celeste ci troviamo di fronte alla descrizione dello Zodiaco. Più avanti continua: “Il materiale del muro è di diaspro e la città è d’oro puro, simile a puro cristallo. I basamenti del muro della città sono ornati di ogni sorta di pietre preziose, il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardonice, il sesto di cornalina, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopraso, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista.” (Apocalisse 21- 18,19). Abbiamo così la nostra lista delle corrispondenze pietre-segni zodiacali. Vediamole una ad una.

Ariete-Diaspro: è silice fibrosa, appartenente al sistema trigonale; gli Egizi ne possedevano di colore sanguigno (diaspro rosso d’Egitto) e bruno-scuro; stimola la circolazione dell’energia (Marte-Sole), l’assimilazione del ferro (Marte), regola la produzione dei globuli rossi (sempre Marte) ed il flusso mestruale.

Toro-Zaffiro: è un corindone, che cristallizza nel trigonale, di cui avevamo già discusso nel trattare le pietre planetarie, quale simbolo lunare, ed infatti il Toro è il segno di esaltazione della Luna.

Gemelli-Calcedonio: è probabile che ci si riferisca alla Corniola, che è comunque una varietà di calcedonio, ovvero silice fibrosa, proveniente dall’Egitto e dall’Arabia. Veniva usata nell’antica Cina per allontanare la paura della morte, e dagli oratori per parlare speditamente. È utile per facilitare l’assimilazione delle vitamine, dei minerali e delle sostanze nutritive a livello dell’intestino tenue (sempre di pertinenza “mercuriana”); migliora l’attività del pancreas (retto sempre da Mercurio) e del fegato (Sagittario, segno opposto).

Cancro-Smeraldo: avevamo già visto questa pietra nell’elenco delle pietre planetarie, come simbolo di Venere, e si era detto come per gli Egizi era anche la pietra dei Solstizi, ed infatti il Cancro rappresenta il Solstizio d’Estate.

Leone-Sardonica: si tratta di silice anidra a struttura fibrosa, di colore giallo per il contenuto di limonite. Quella d’Egitto presenta un fondo bianco, lucido e trasparente, con sopra delle macchie irregolari color rosso sangue. Era considerata una pietra che trae la sua origine nella luce solare, ed in grado di rinforzare i cinque sensi. Aiuta ad avere fiducia in sé stessi, ottimismo, stimola il sistema immunitario ed il metabolismo.

Vergine-Cornalina: è sempre una varietà di Agata, di color rosso-arancio, che cristallizza nel trigonale. In cristalloterapia serve ad allontanare le paure.

Bilancia-Crisolito: è un silicato di Ferro e Magnesio che cristallizza nel rombico e che si trova, in genere, in rocce basaltiche, e viene estratto da un minerale chiamato iddingsite. Data l’appartenenza zodiacale, è un buon rimedio contro i problemi renali e la gotta.

Scorpione-Berillo: nello specifico viene indicata l’Acquamarina, una varietà verde-azzurra, trasparente di Berillo, che cristallizza nell’esagonale. È indicata nelle malattie degli occhi (attenua miopia e presbiopia), ha un’azione rivitalizzante e riequilibrante sul sistema nervoso, attenua gli spasmi e le convulsioni.

Sagittario-Topazio: anche questa gemma è stata trattata fra le pietre planetarie, quale simbolo di Giove, reggente di questo segno.

Capricorno-Crisopraso: si tratta dell’Olivina, un nesosilicato di Ferro e Magnesio, che cristallizza nel rombico. Faceva parte delle pietre sacre degli Egizi, che la estraevano presso la costa egiziana del Mar Rosso; ad Alessandria d’Egitto sono stati ritrovati molti oggetti in Olivina. Alfonso X, nel suo lapidario scrive: “la pietra chiamata Zarmiquidez, che significa in caldeo “guaritore dell’itterizia”, perché la sua virtù è tale che colui che la porta con sé è sicuro di non avere questa malattia; e se la si pone su colui che già l’ha contratta , lo guarisce presto.” (Alfonso il Saggio, Le gemme e gli astri, 1997, p 193). Agisce anche sul cuore, sulla milza e sul pancreas.

Acquario-Giacinto: è un silicato di Zirconio, di colore rosso-arancione, che cristallizza nel tetragonale. Utile contro la nevrastenia, l’idropisia, la tendenza alla pletora.

Pesci-Ametista: è una varietà di Quarzo di colore viola, che cristallizza nel trigonale. Il suo nome deriva dal greco, e vuol dire “non ubriaco”, infatti a tale scopo si confezionavano calici con questa gemma. Questa pietra preserva dalla sordità e da tutte le problematiche che insorgono in vecchiaia, migliora la memoria, risveglia l’intelligenza, aiuta nel daltonismo.

scarab

L’argilla

L’argilla ha avuto un grande impiego presso la civiltà egizia; nei papiri medicali si trovano spesso ricette in cui viene utilizzata nella cura di varie malattie.

L’argilla è un silicato idrato di Alluminio, che deriva dall’alterazione chimica, in ambiente acido o basico, di rocce magmatiche silicee. È costituita da granelli che non superano i 2 micron di grandezza. Le sue peculiari proprietà fisico-chimiche permettono un notevole assorbimento dell’acqua, e la capacità di effettuare uno scambio ionico ed una fissazione di cationi. Tali proprietà conferiscono all’argilla una certa plasticità se mescolata con l’acqua ed una certa refrattarietà se disidratata. Essa contiene in genere anche altri elementi chimici, e su questa base vengono oggi distinti i diversi tipi di argilla usata a scopo terapeutico.

Il processo di argillificazione, mediante il quale nelle rocce, a seguito dell’azione atmosferica ed idrotermale si ha un passaggio dai sistemi cristallini a quelli amorfi, pone l’argilla quale elemento di transizione fra il regno minerale, intrappolato nei suoi sistemi cristallografici, e quello vegetale, più libero e complesso.

Oggi l’uso dell’argilla nella cura di varie patologie, si basa sul suo contenuto di principi attivi, quindi si usa quella rossa per il contenuto in Ferro, quella verde per il Magnesio, e così via. Gli antichi Egizi non utilizzavano questa logica, poiché ciò che conta per valutare il valore di un argilla da usare in un determinato contesto, non è tanto il contenuto di certi elementi chimici, ma piuttosto la sua genesi, tutto il cammino che la roccia ha percorso per arrivare ad argillificarsi, per poter uscire dalla “prigione della cristallizzazione”.

Generalmente, le argille vengono divise in residuali e trasportate. Le prime si formano in loco per alterazione delle rocce preesistenti, ad una notevole pressione. Queste argille possiedono un grande valore terapeutico grazie a tutte le dinamizzazioni che hanno subito. Le residuali, a loro volta, si dividono in: fluviali, cioè si trovano nei sedimenti dei fiumi; lacustri, che contengono calcite ed illite, tra cui figurano le refrattarie molto ricche in caolinite; marine, che si formano sui fondali e sono di colore bluastro; lagunari, molto ricche in Potassio, come la bentonite e la montmorillonite. Inoltre le argille si suddividono in plastiche, poiché sono facilmente deformabili in acqua, e consolidate, che sono rigide ed in acqua mantengono la loro coesione.

Ad esempio, le argille lacustri, molto ricche in caolinite (che è il prodotto di una lenta alterazione idrotermale di feldspati e di altri silicati alluminiferi presenti in rocce di tipo granitico e gneissico), o in Magnesio e calce, favoriscono la guarigione di piaghe purulente e la loro cicatrizzazione, anche per uso interno. Le lagunari, ricche in montmorillonite (un silicato di Alluminio e Magnesio) e bentonite (un’argilla a grana finissima derivata, probabilmente, da una cenere vulcanica alterata da un’azione idrotermale) sono ottimi antinfiammatori, utili per uso esterno negli ascessi, e per uso interno nelle ulcere.

In ogni caso l’argilla, mescolata con acqua, si dimostra un ottimo adsorbente per tutte le tossine dell’organismo, poiché porta in superficie le sostanze disciolte, quindi risulta un buon rimedio in caso di avvelenamento da punture d’insetti, o quando si vogliono assorbire dei liquidi che ristagnano nel corpo. Inoltre possiede un notevole potere disinfettante, in quanto porta in superficie virus e batteri, paralizzandoli ed uccidendoli. Svolge anche un’azione lievemente mineralizzante, corregge il pH e porta il corpo al suo corretto potenziale elettrostatico.

La terapeutica egizia utilizzava l’argilla tal quale, o ricorreva all’uso di cocci di vasi vergini o usati, quindi già impregnati di determinati prodotti. Gli Egizi estraevano l’argilla nel periodo di Febbraio, sotto il segno dell’Acquario, poiché in questo momento le forze cristallizzatrici si intensificano, il sottosuolo si anima sotto il potere dell’Undicesima Porta egizia, le pietre ed i cristalli ricevono una nuova spinta, germinano, inizia e continua la loro crescenza. Dopo averla estratta, la conservavano sino al periodo primaverile, nel segno dell’Ariete, quindi veniva lavorata e poi esposta al Sole fino all’inizio dell’autunno, in Bilancia. Gli Egizi non cuocevano in forno il loro vasellame, poiché l’alta temperatura a cui viene sottoposto in tal modo, ne distrugge molte proprietà, quali quelle batteriostatiche, disinfettanti, e le influenze elettrostatiche che dovrebbero essere in rapporto armonico con il tutto.

LA COSTITUZIONE DELL’UOMO SECONDO GIULIANO KREMMERZ E LA METAFISICA EGIZIA

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Secondo il pensiero kremmerziano, l’uomo contiene in sé i quattro elementi che costituiscono l’universo, e che danno vita ai quattro corpi in cui egli è suddiviso, ovvero:

– un corpo materiale, fatto di ossa, carne e tessuti, che prende il nome di Corpo Saturniano (Terra);

– un corpo più sottile che emana dal primo, costituendone la sensibilità più grave, e che comprende nervi, centri nervosi e cervello. Esso è chiamato Corpo Lunare – o Astrale(Acqua), per la sua mutevolezza, analoga a quella della Luna;

– un’ individualità promanante dai due corpi precedenti e costituente la sua mentalità o uomo mentale, ovvero il Corpo Mercuriale (Aria); 

– infine, un principio luminoso, intellettivo, che partecipa della vita universale, e che viene detto Corpo Solare (Fuoco).

Bisogna però precisare che questa suddivisione quaternaria è puramente “didattica”, in realtà l’uomo è unitario poichè questi quattro corpi sono compenetrati tra di loro in modo tale che ogni cellula, ogni atomo di cui egli è costituito, contiene in sé gli altri tre, ed essi si manifestano nel suo Io in base alla loro influenza, a seconda di quale corpo egli è più o meno dominato.

Ognuno di essi rappresenta la sublimazione del più basso.

All’interno dei “Testi delle Piramidi”, ed in particolare nel corridoio della piramide di Unas ed in quella di Pepi I a Saqqara, si trova un elenco dei vari corpi di cui è costituito l’uomo. Vediamo quindi questa suddivisione secondo la metafisica egizia, rapportandola a quella kremmerziana.

Xat è il corpo fisico. Esso è semplicemente il “contenitore” dei corpi superiori, ovvero il Corpo Saturniano. Esso è formato da elementi presi in prestito dal nostro pianeta, le forze ed i materiali che lo costituiscono sono puramente terrestri.

Il Kaka  è il corpo energetico, il cui geroglifico è rappresentato dalle braccia protese verso l’alto. Il Ka viene anche detto il “doppio” dell’uomo, poiché ne riproduce fedelmente le fattezze. Ma il Ka, secondo la metafisica egizia, è anche il corpo indistruttibile, il “Corpo di Gloria” che ogni uomo si costruisce in vita, e che permane dopo la morte, quale frutto delle esperienze fatte nelle varie incarnazioni.

Per quanto riguarda il corpo astrale, gli egizi ne distinguevano una parte superiore (l’ IB) ed una inferiore (il BA).

Il Ba ba è l’Anima sensitiva (o astrale inferiore), raffigurata sotto forma di un uccello con testa umana, “l’Uccello-Anima”.

Il Ba rappresenta lo Spirito animatore, esso porta il fluido vitale e la sua caratteristica è la volatilità, la non fissità, per questo ha bisogno di un supporto, offertogli dal Ka.

L’Ibib , il cui geroglifico è il vaso, bilittero composto dalla piuma piumausata per scrivere e dalla gamba gam , è uno dei termini usati per designare il cuore, in senso metafisico, che, appunto, “versa in terra” (attraverso la scrittura, la piuma) ciò che proviene dai piani superiori, permettendone il movimento sul piano fisico (gamba), e rappresentando così l’Anima sensitiva superiore (o astrale superiore).

Il Ka, il Ba e l’Ib possono essere considerati come diverse sfumature del Corpo Lunare kremmerziano.

Nel Mago, il corpo lunare può allontanarsi in modo cosciente dal corpo fisico, mentre nei medium questa separazione avviene in modo incosciente.

Al momento della morte il lunare, come il Ba egizio, si allontana definitivamente dal corpo fisico. Esso rappresenta il limite tra la coscienza presente (uomo moderno, simboleggiato dal duo Saturno/Luna) e l’entità storica che si è reincarnata (uomo storico, occulto, Mercurio/Sole, l’essenza che non muta mai nell’adattamento al mondo esteriore).

Nell’incertezza nebulosa del corpo lunare o astro della notte, di dubbia luce, vagante e mobile, crepuscolare e indefinita, sede dell’astrale dei Magi, zona priva di chiarezza, le immagini si arrestano, si formano, si deformano, si trasformano, si affacciano irriconoscibili alla coscienza o simboliche all’intelligenza.” (La Scienza dei Magi, III vol., pag. 56)

Khu è il corpo mentale inferiore. Esso è la sede del pensiero, il campo in cui nascono l’immaginazione e la memoria. Inoltre vi risiedono facoltà come l’intuizione e la concentrazione. Anche la meditazione si svolge su questo piano.

Sekem, l’Intelligenza superiore, rappresenta la parte inferiore dello spirito che trasmette gli ordini della ragione al centro volitivo dell’Anemos.

Questi due corpi sono ulteriori suddivisioni del Corpo Mercuriale.

Il corpo mercuriale (o mercurio) della coscienza delle cose, viventi sull’estremo margine del centro di luce divina dell’uomo e del mondo, compendia l’essere eterno che si riproduce e continua.” (La Scienza dei Magi, III vol., pag. 56)

Ren, è il Nome, l’Individualità, ed è magistralmente rappresentato dal geroglifico renformato dalla bocca che parla, emettendo un suono, una vibrazione, indicato dalla superficie delle acque. Esso rappresenta quindi la vibrazione propria di ogni individuo.

Infine abbiamo Sah, l’involucro spirituale che circonda la scintilla divina che sta per incarnarsi, o corpo spirituale, e che rappresenta la vera parte immortale dell’uomo.

Ren e Sah sono analoghi al Corpo Solare, “la stella di splendore delle forze divine e della Eterna luce.” (La Scienza dei Magi, III vol., pag. 56)

Quindi, riepilogando:

XAT – CORPO SATURNIANO – Terra

KA/BA/IB – CORPO LUNARE – Acqua

KHU/SEKEM – CORPO MERCURIALE – Aria

REN/SAH – CORPO SOLARE – Fuoco

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Nella maggior parte dei casi, però, come ci dice il Kremmerz, l’uomo ha coscienza esclusivamente del suo corpo saturniano. Il Mago, il Maa-Kheru egizio (il “giusto di voce”, il saggio) invece, è colui che trae i suoi poteri dallo sviluppo della coscienza degli altri tre corpi, ovvero: “ la modalità lunare (coscienza del proprio corpo astrale), la modalità mercuriale (coscienza del proprio mercuriale o IBI) e la modalità solare (coscienza del proprio corpo igneo) per la sua finale trasformazione ammonea (igne natura renovatur integra). In conseguenza di queste tre modalità di essere, trasmutatorie della sua unità psichica, egli potrebbe (cum grano salis) separare la sua forma, cioè tutto quanto di lui fa avvertire a lui e agli altri la sua realtà (separando lunare); muovere e proiettare a distanza la sua forma (separando mercuriale o IBI); irradiare la sua forma (separando solare). (La Scienza dei Magi, III vol., pag. 658)